Tutto è risolto, dunque? Evidentemente, no. Perché senza una teologia della  eucaristia e del ministero all’altezza della sfida, non si farà molta strada. Mi pare evidente il gesto storico compiuto da Francesco il giorno 31 ottobre a Lund si collochi assai più avanti delle parole con cui tutti noi possiamo commentarlo; mentre la fraternità e la sororità che ha saputo esprimere e far sperimentare sta molto oltre i concetti e le rappresentazioni che possiamo utilizzare per descriverlo e per valutarlo.
 
Sta di fatto che, in neppure cinque anni, Bergoglio, coraggiosamente, si è lasciato ormai alle spalle il modello della pedagogia dei gesti di Giovanni Paolo II, che traduceva la traiettoria inaugurata da Nostra aetate, e il dialogo delle culture di Benedetto XVI, in risposta all’irrigidimento causato dal timore dello scontro di civiltà dopo l’11 settembre, per abbracciare un’autentica teologia dei gesti: ridisegnando così radicalmente il paradigma dell’incontro fra le chiese, puntando sui tratti dell’esperienza spirituale, della preghiera, dell’ascolto, del servizio ai poveri, della carità. Del camminare insieme. In una parola: della teologia, non quella dei manuali ma quella – francescanamente - della vita vissuta.

Perciò, quanto emerge è che, oggi, non si può essere cristiani senza essere ecumenici: l’ecumenismo è inscritto nel futuro del cristianesimo tutto; e il suo futuro può solo essere ecumenico. Purtroppo, però, bisogna altresì riconoscere che l’ecumenismo è ancora, in tutte le chiese, un fatto largamente minoritario. Tanti dialoghi tra le chiese sono in corso, ma esse ragionano e agiscono ancora troppo spesso nel senso del monologo, come se ciascuna di esse fosse l’unica chiesa esistente.
 
Anche per questo qualche commentatore, a margine dell’evento svedese, ha correttamente posto in luce la necessità urgente di lavorare anche su un tipo particolare di ecumenismo, forse il più difficile e delicato, quello – per dir così – intra-cattolico: tra credenti di devozioni e fedeltà diverse, che lo stesso Francesco sta insistentemente spingendo a trovare il coraggio del confronto con l’altro e a rigettare le paure legate al settarismo.
 
Navigando per la rete, infatti, come si accennava, in quegli stessi giorni non era raro imbattersi in interventi di cattolici profondamente scandalizzati per quanto avvenuto, come se la visione ecumenica di Bergoglio e la sua cultura dell’incontro – autentiche cifre di questo pontificato – non fossero altro che un arrendersi allo spirito dei tempi, o persino un indizio trasparente di un vero e proprio segnale di relativismo… in chiave di progressiva protestantizzazione del cattolicesimo attuale.
 
E non è mancato chi è giunto persino a sfruttare i crolli delle chiese per il terremoto nel Centro Italia del 30 ottobre 2016, per attaccare frontalmente il papa nella sua decisione di andare incontro ai fratelli luterani. Schegge impazzite o segnali di una frattura che sta ampliandosi, che andrebbe affrontata con la dovuta parresìa? Difficile rispondere; mentre resta in fatto che ora, comunque, ancor più che in altri casi, la palla è nel campo di chi è chiamato a tradurre le istanze di apertura palesatesi nell’occasione nel quotidiano delle nostre comunità: vescovi, parroci, pastori.
 
Sapranno essi mostrarsi all’altezza di questo progetto, tanto ambizioso quanto necessario e indilazionabile? O preferiranno proseguire sulle strade sicure del già noto, senza aprirsi al dettato del futuro? Ecco le domande, letteralmente cruciali, che ci consegna la duegiorni di Lund, potenziale chiusura di quello che ci eravamo rassegnati a chiamare l’inverno ecumenico.
 
Perché ogni parola e ogni gesto sono state come una pietra, una pietra usata per tracciare un cammino nuovo, percorribile non solo dagli addetti ai lavori dell’ecumenismo, ma da ogni uomo e da ogni donna benedetti dalla grazia di Dio. Dopo tante pietre per distruggere, nuove pietre per costruire. Beninteso, se lo  vorremo davvero. Come ha scritto il fondatore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi: “…il problema non è sperare o disperare, essere ottimisti o pessimisti, ma trovare fondamento alle speranze ed essere consapevoli di che cosa si può sperare.
 
Molti dicono che siamo immersi in una cultura dell’attimo fuggente e che, quindi, il rapporto con il passato e con l’avvenire non ha peso: No future!. Ma la speranza nasce quando si prende posizione riguardo al futuro, quando si pensa che un avvenire sia ancora possibile per un individuo, una società, l’umanità intera: si tratta di vedere oggi per il domani.
 
Scegliere di sperare significa decidersi per una responsabilità, per un impegno riguardo al destino comune, significa educare le nuove generazioni trasmettendo loro la capacità di ascoltare e di guardare l’altro: quando due esseri umani si ascoltano e si guardano con stupore e interesse, allora nasce e cresce la speranza! …”36. E Hans Urs von Balthasar quasi alla fine della sua esistenza, impossibile esprimerlo meglio: “Sperare è possibile solo se si spera per tutti”37.
 
 
Brunetto Salvarani
 
 
 
(tratto da ecumenismo.chiesacattolica.it)
 
 
36 E. Bianchi, “Cosa sperare?”, in Avvenire (31-12-2004).
37 H.U. Von Balthasar, Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 2017 (ed.or. 1985).

 

 
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