Il contesto

Un gruppo di preti della Toscana, ex-cappellani militari, al termine di un loro incontro emisero un comunicato, dove esprimevano “riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia” e allo stesso tempo il loro pensiero andava a tutti i soldati “di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria”.
 
Il comunicato si chiudeva con un riferimento molto duro a tutte quelle persone, che si trovavano in carcere a motivo della loro obiezione di coscienza: «Considerano un insulto alla Patria ed ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Di fronte a questo giudizio così netto, che non ammetteva nessuna considerazione del gesto compiuto da questi giovani obiettori e che, per di più, veniva considerato come un tradimento del comandamento dell’amore, don Milani non solo ebbe un fremito di disgusto, ma ritenne opportuno di dover fare chiarezza per amore della verità del Vangelo e per rispetto dei tanti giovani, che si trovavano a fare esperienza del servizio militare.
 
Si sentì direttamente interessato sia in quanto prete, sia nel suo ruolo di maestro, a cui stava a cuore la formazione integrale dei giovani. Dal giorno della pubblicazione del comunicato sul giornale La Nazione a quello dell’elaborazione della lettera e del suo invio passarono ben dieci giorni, in cui don Milani ebbe modo di riflettere e di scegliere, insieme ai suoi ragazzi, le parole che meglio potessero esprimere il vero nodo del problema.
 
Essi ritennero che in questo caso non si trattava di difendere la bontà dell’obiezione di coscienza, quanto piuttosto di mettere a fuoco lo scopo a cui dovrebbe mirare ogni percorso formativo. Questi preti ex-cappellani erano fortemente convinti che un cristiano non poteva venir meno all’obbligo di amare e servire la Patria, che doveva considerarsi il massimo dell’ideale civile di un paese.
 
Nel loro modo di pensare non li sfiorava nemmeno l’idea che sotto il concetto di difesa della Patria si potessero nascondere ben altri interessi ed altre finalità non ben dichiarate. La reazione di don Milani e dei suoi ragazzi si focalizzò sull’identità, che dovrebbe assumere un cittadino italiano alla luce della nuova Costituzione italiana. Essa, in effetti, si apre con l’esplicito riferimento alla “sovranità del popolo”, per cui ogni cittadino, in quanto parte di esso, porta con sé la sua dignità di sovrano.
 
E questa dignità mal sopporta la sottomissione cieca a leggi ed ordini, che ledono la giustizia o il bene degli altri o delle altre Patrie. Con questa lettera agli ex-cappellani essi avevano in animo di mettere in chiaro quale ideale di cittadinanza venisse fuori dai principi della Costituzione italiana. Per loro la cosa più importante è che ognuno prenda coscienza della grande responsabilità che è connessa al fatto di essere chiamati ad esercitare una propria sovranità. 
 
Questa coraggiosa assunzione di responsabilità impedisce di fatto che nessuno possa vivere all’ombra di una virtù come l’obbedienza, spesso proposta come il massimo dell’eroismo cristiano e civile, se tutto questo va a tradursi di fatto nella supina accettazione del volere dell’altro e nel disimpegno verso ogni forma di ingiustizia.

La lettera agli ex-cappellani spostando di fatto il dibattito dall’obiezione di coscienza alla qualità del cittadino e del cristiano, mette a fuoco l’incongruenza di un’obbedienza cieca vissuta senza alcun discernimento. Agire in questo modo sarebbe uno svilire la propria dignità, per dare via libera a quella che Hannah Arendt chiamava: “la banalità del male”.
 
Don Milani parlando di questa lettera ebbe a dire: «Io non ho difeso sicuramente nelle due lettere l’obiezione di coscienza: ho difeso quegli obiettori che sono dentro e che mi piacerebbe che sortissero. Ma l’obiezione di coscienza, cioè quello di rifiutarsi di mettere la divisa in tempo di pace, noi non l’abbiamo difeso di certo. (…) Mentre sarebbe fondamentale che tutti i soldati avessero la coscienza di giudicare gli ordini che ricevono, farebbe saltare tutti gli eserciti!».
 
 
La necessità di un vero impegno formativo

In linea con la sua esperienza di “pastore e di maestro” Don Milani ebbe fin dall’inizio una chiara consapevolezza che un vero percorso educativo non poteva limitarsi al semplice aspetto nozionistico o all’indottrinamento ideologico. Nella lettera agli ex-cappellani egli scelse di sottolineare il valore della formazione di una buona coscienza, capace di sapersi informare e di discernere.
 
Così rispetto alla validità o meno dell’ “obiezione di coscienza” egli riteneva prioritario aiutare i giovani a saper accogliere il valore della legalità come principio ordinativo della convivenza sociale, ma allo stesso tempo a saper coltivare un sano discernimento nei confronti di quelle leggi che appaiono non legittime nel contenuto.

In effetti le varie realtà formative, come la famiglia, la scuola, la parrocchia non possono accontentarsi di far crescere le persone del “signorsì”, perché il loro compito precipuo è quello di instillare nei giovani la voglia di sentirsi responsabili e di saper trovare il coraggio per prendere decisioni in proprio e non su dettatura altrui. Per questo don Milani nella Lettera ai giudici ci teneva a sottolineare: «dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia.
 
Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto». In riferimento al compito educativo della scuola sempre nella stessa lettera egli dava questa bella definizione: «essa è l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (ed in questo somiglia alla vostra funzione) dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè, il senso politico (ed in questo si differenzia dalla vostra funzione)».

Se un giovane viene educato a sapersi rendere responsabile dei propri atti e delle proprie parole, egli non sarà mai uno che si adegua al comportamento della maggioranza o uno che farà l’obiettore per partito preso, ma scriveva don Milani nella lettera ai giudici: «posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando, invece, vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».
 
 
La tecnica dell’amore costruttivo

Nella lettera ai giudici, che voleva essere per don Milani la sua possibilità di essere presente in tribunale per offrire la propria difesa, egli, dopo aver motivato il perché della lettera ai preti ex-cappellani, si dilunga sul compito educativo del maestro, che è molto diversa da quella del giudice.
 
Il maestro, come del resto un genitore, non è chiamato a modellare i ragazzi secondo le proprie idee o secondo i propri gusti, ma il suo compito è piuttosto quello di accompagnarli verso quella crescita umana e culturale, che consenta loro di sentirsi realmente cittadini “sovrani”, capaci, cioè, di fare avanzare la storia verso una maggiore equità e giustizia. L’arte del maestro, per don Milani, è soprattutto quella di avere uno sguardo lontano, pronto a cogliere i segni di un futuro, che viene incontro.
 
Nel difendere il suo modo di fare scuola egli così scrive ai giudici: «E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso». Se la finalità del compito educativo è quella di condurre i ragazzi a prendere coscienza della propria dignità e della propria responsabilità nel contribuire all’avanzamento della società, spetta, allora, al maestro o al genitore fornire quegli strumenti e quelle informazioni, che rendano possibile un vero cammino di discernimento.

I ragazzi che si preparano a vivere il domani hanno strettamente bisogno di essere allenati a saper condurre su di sé e sulla società in cui vivono una vera azione di decodificazione di tutti gli stereotipi, contrabbandati spesso come verità, ma che hanno solo il compito di non far pensare per adeguarsi all’opinione comune.
 
Don Milani del resto si è deciso a scrivere la lettera agli ex-cappellani con il preciso intento di abituare i ragazzi a saper reagire in modo intelligente a modi di pensare e di agire, che non favoriscono la crescita delle persone e della stessa convivenza civile. Nella lettera ai giudici egli esplicita ancora meglio questa sua convinzione: «Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati ed appassionati.
 
Un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale. Non avevo bisogno di far notare queste cose ai miei ragazzi. Le avevano già intuite. E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dare loro una lezione di vita. Dovevo ben insegnare loro come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto».

Don Milani crede molto nella capacità di ogni persona umana di poter giungere ad una statura di maturità intellettuale e morale, che lo renda capace di saper discernere tra ciò che è di fatto codificazione dell’ingiustizia e ciò che facilita la possibilità di inclusone dei più deboli e dei poveri.
 
Ogni ragazzo che si prepara alla vita deve maturare sulla via della legalità, in quanto espressione del rispetto dei diritti e della vita degli altri, ma allo stesso tempo deve essere pronto ad opporre una propria “obiezione di coscienza”, quando si rende conto che la legge non è giusta, perché «sanzionano il sopruso del forte». In questo caso dice don Milani: «chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri».

Educare i ragazzi a coltivare questi atteggiamenti non significa per don Milani preparare “l’anarchico di domani”, quanto piuttosto ad avere delle persone innamorate della convivenza sociale a tal punto da desiderare il cambiamento di certe strutture non colpendo gli altri, ma pagando di persona. Tutto questo egli lo definisce “tecnica dell’amore costruttivo per la legge”, che egli dice di aver imparato insieme ai ragazzi «leggendo il Critone, l’apologia di Socrate, la vita del Signore nei quattro vangeli, l’autobiografia di Gandhi, le lettere del pilota di Hiroshima».
 
Tutto questo egli lo scrive nella lettera ai giudici, dove facendo una breve digressione sulla sua vita così si esprime: «Questa tecnica l’ho applicata nel mio piccolo anche a tutta la mia vita di cristiano nei confronti delle leggi e delle autorità della chiesa. Severamente ortodosso e disciplinato e nello stesso tempo appassionatamente attento al presente e al futuro. Nessuno può accusarmi di eresia o di indisciplina. Nessuno d’aver fatto carriera. Ho 42 anni e sono parroco di 42 anime!».
 
 
Un esempio di percorso educativo

Facendo riferimento al giudizio di viltà espresso dagli ex-cappellani militari nei confronti degli obiettori di coscienza, perché si sono mostrati deboli nell’amore verso la Patria, don Milani parte dai principi espressi dalla nuova Costituzione italiana ed in modo particolare si sofferma sull’art 11, dove è detto espressamente che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli». Si tratta di un’affermazione, che bandisce ogni volontà di potenza fondata sulla capacità distruttiva delle armi.

Don Milani prende questo verbo “ripudia” per rileggere alla luce di questa nuova visione delle relazioni internazionali tutta quella serie di guerre, che hanno interessato il nostro paese nei suoi primi cento anni di vita unitaria. Nella lettera ai giudici egli intende ribadire la validità della sua lettura della storia come è stata presentata nella lettera agli ex-cappellani militari, contestando l’interpretazione del Pubblico Ministero, che l’ha considerata come apologia di reato.

Il termine “ripudia” non può essere svilito a tal punto da renderlo inefficace nell’azione politica di uno Stato, esso invece va posto a fondamento delle grandi scelte, che riguardano la difesa della Patria. Per don Milani la parola “ripudia” abbraccia il passato ed il futuro, per questo va inteso come «un invito a buttare tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi ed il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora».

Il principio fissato dalla Costituzione deve offrire ad ogni cittadino la possibilità di rileggere il tutto alla luce di esso, perché, dice don Milani, «è dalla premessa di come si giudicano quelle guerre che segue se si dovrà o no obbedire nelle guerre future. Quando andavamo a scuola noi i nostri maestri, Dio li perdoni, ci avevano così bassamente ingannati. (…) A sentir loro tutte le guerre erano “per la Patria”». Operando in questo modo si scoprirebbe che molte guerre sono state in realtà un’offesa alle Patrie altrui!
 
 
La non-violenza: un amore che redime

Don Milani non manca di definirsi un non-violento. Del resto nella scuola di Barbiana assieme ai Vangeli e all’Autobiografia di Gandhi vengono lette le lettere dal carcere di Gramsci e le lettere del pilota americano che ha sganciato l’atomica si Hiroshima. Non va dimenticata, inoltre, l’amicizia con Aldo Capitini, promotore di una visione pacifista delle relazioni sociali ed internazionali.

Sulla non-violenza di don Milani avrebbe avuto qualcosa da ridire il cardinale Florit, che in una sua lettera così si esprimeva: «La tua natura, il tuo modo di parlare, di scrivere, di essere ti porta agli scontri verbali, agli estremi, alle espressioni-limite. (…) Una cosa debbo constatare: l’atteggiamento che assumi nelle tue polemiche, nelle tue denunce esprime certamente un sincero amore della verità, di Dio, dei poveri, ma non di rado ferisce gli altri. (…)
 
Di qui nasce quella certa atmosfera di lotta classista, che è presente nei tuoi interventi: di fronte alla tua prosa dura e taora sarcastica immediatamente chi legge si schiera dall’una o dall’altra parte. (…) Tu, don Milani sei per natura un assolutista. I tuoi superiori hanno creduto di non riconoscere in te la necessaria disposizione alla carità pastorale, ma piuttosto lo zelo fustigatore che ti fa apparire dominatore delle coscienze, prima ancora che padre».
 
Sono parole molto dure, ma che dicono anche il muro di rifiuto alle provocazioni di don Milani. Egli ritiene che la vocazione del prete non è quella di insegnare un comodo irenismo, che di fatto lascia le cose così come stanno, perché ritiene indegno della propria missione quello di suscitare  conflitti.
 
In Esperienze Pastorali egli afferma: «Dove è scritto che il prete debba farsi voler bene? A Gesù o non è riuscito o non è importato (…) Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto.
 
Mi sono attirato un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del mio popolo». Dialogando con un giornalista egli ebbe a dire che “per portare avanti il dialogo, non è necessario trovare punti di accordo, ma trovarsi uniti nella ricerca della verità”.

Aprire un conflitto non può essere giudicato come un tradimento del vangelo, perché la pace si costruisce non con i compromessi o evitando di prendere posizione, ma avendo a cuore la crescita in umanità dell’altro. I conflitti sono parte integrante delle relazioni umane, ma non è inevitabile che essi si traducano in un fallimento della relazione, perché tutto dipende dal modo di condurre lo stesso conflitto.

Così don Lorenzo può bollare l’interclassismo cristiano come il modo meno adatto a costruire dei veri percorsi di crescita sociale, perché la pace che da esso deriva è, di fatto, tradimento della verità: «Voi spartite salomonicamente il giusto dall’ingiusto, senza lasciar parlare le passioni ed il cuore, senza mai schierarvi, senza mai guerra. È una pia illusione l’interclassismo. (…)
 
Combattivi, dunque, bisogna essere, cioè, schierati e l’unico dovere che resta è di non trascurare le occasioni come quelle che abbiamo avuto ieri di scontrarci coi nemici, per accorgerci che singolarmente meritano pietà. Ma ho detto scontrarsi e non incontrarsi, perché una patetica stretta di mano inneggiante all’amore universale e avendo cura di non toccare tasti delicati e argomenti scottanti non rimedia nulla e non è onesta».
 
In questo caso lo schierarsi, il prendere posizione non vuol dire una negazione dell’altro, ma costituisce, invece, una giusta provocazione, perché l’altro si renda conto delle ambiguità in cui è avvolta la propria vita o delle oppressioni, a cui a volte inconsapevolmente si dà un contributo con le proprie idee e con le proprie scelte.

In don Milani l’amore per la nonviolenza è un tutt’uno con la scelta di lottare con tutte le proprie forze contro ogni ingiustizia e contro ogni meccanismo che consacra l’esclusione del povero. E’ una lotta, che se da una parte suscita il conflitto, dall’altra costituisce per l’altro una grande opportunità per dare una svolta alla propria vita.
 
Così chiosa don Milani: «Ecco l’unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira in basso. Rinfacciargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza».

Per comprendere quale senso avesse dato Don Milani al suo dirsi “persona nonviolenta” è sufficiente rileggere la conclusione della Lettera ad una professoressa: «Così abbiamo capito cos’è l’arte. E’ voler male a qualcuno o a qualcosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra. Pian piano viene fuori quello che di vero c’è sotto l’odio. Nasce così l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi».
 
 
Gregorio Battaglia
 
 

 

 
Salva Segnala Stampa Esci Home