Il Salone sistino della Biblioteca Vaticana è una delle realizzazioni più felici di Papa Peretti. Chi ne varca l’ingresso è colpito dalla monumentalità dell’ambiente (alto nove metri e lungo più di settanta) e dalla gaia policromia degli affreschi che rivestono le volte e le pareti. Il vasto salone, diviso da sei pilastri in due navate, ha un aspetto vibrante e armonioso ottenuto dalla simmetria delle volte e delle decorazioni, valorizzato dalla doppia serie di finestre che ritmicamente riversano luce.
 
Del resto Sisto v, quando ne affidò la progettazione a Domenico Fontana, non solo concepì la più grande biblioteca di quel tempo, ma volle che la Vaticana potesse competere con le celebri biblioteche del mondo antico e costituirne l’erede più autorevole. Proprio a esse è dedicata una serie di affreschi che fronteggia il ciclo dei concili ecumenici: vi compaiono la Biblioteca di Atene, quella di Alessandria, la Palatina di Augusto e altre ancora. Il programma iconografico, redatto da Federico Ranaldi, Silvio Antoniano e altri membri della corte pontificia, intendeva presentare la Biblioteca Apostolica come la più importante “custodia” della sapienza cristiana e la più valida interprete della sapienza antica.
 
Lo conferma l’erudita sequenza degli «inventori di alfabeti», dipinta sui pilastri, che comprende figure storiche e leggendarie, santi e personaggi del mondo pagano, e persino divinità mitologiche. L’articolata decorazione fu eseguita in tempi rapidi tra il 1588 e il 1589, con la direzione di due artisti-impresari: Giovanni Guerra ripartiva il lavoro tra i numerosi collaboratori e ideava i soggetti allegorici ed emblematici, mentre Cesare Nebbia progettava le immagini di carattere storico e narrativo, sorvegliandone la traduzione a “buon fresco”.
 
L’insieme, progettato da Guerra e approvato dai dotti consiglieri del papa, ha un impianto unitario che valorizza ogni minimo dettaglio. Le cornici e gli ornati, ricolmi di simboli araldici di Felice Peretti (il leone, le pere, i tre monti e la stella), esaltano il papa committente in accordo con le figurazioni delle diciotto lunette che illustrano le imprese architettoniche e le altre “opere buone” realizzate da Sisto v in pochi anni. Ma il vero protagonista dell’esuberante decorazione è il libro: appare in varie fogge nel ciclo delle biblioteche, presenzia con i Vangeli nelle scene conciliari, domina le volte attorniato da angeli e grottesche, mentre la volta del vestibolo ne illustra i processi di fabbricazione.
 
L’estesa superficie fu affrescata da una schiera di pittori, tra i quali specialisti del paesaggio e delle grottesche. Forse non giunsero a cento, come dice una fonte coeva, ma certamente furono più di trenta. Vi operarono soprattutto esordienti e artisti minori che si adattavano a un cantiere ben organizzato, ma amministrato con parsimonia. Ciò nonostante, la decorazione della Vaticana favorì un proficuo scambio tra pittori provenienti da varie città italiane e d’oltralpe, costituendo un banco di prova per alcuni giovani destinati al successo.
 
Giovanni Baglione, futuro rivale di Caravaggio, dipinse la Biblioteca di Babilonia e la Biblioteca dei Romani, Ferraù Fenzoni raggiunse un apice del suo stile eccentrico nella Biblioteca di Atene, Orazio Gentileschi, prima di divenire uno dei più fortunati caravaggeschi europei, eseguì il Concilio Lateranense III. Ed è probabile che anche una pittrice, contravvenendo alle rigide consuetudini del tempo, abbia lavorato a fianco dei colleghi: l’unica firma vergata negli affreschi della Vaticana è di Isabella di Arcangelo da Jesi, marchigiana come Papa Peretti. 

 
Alessandro Zuccari
 
(articolo tratto da www.osservatoreromano.va) 
 
 
 
Salva Segnala Stampa Esci Home