T. Bigot,
S. Francesco d’Assisi in preghiera
1630-1634
 
 
 
 
 
Questa singolare tela su san Francesco nasce in ambito cappuccino. Lo capiamo dall'abito che indossa il santo, ma anche dalla croce e dal rosario, oggetti di stampo orientale. La croce, detta di Lorena o Patriarcale, sembra rimandare missioni in Oriente e in Grecia dei Cappuccini, o al reliquiario della Vera Croce venerato dagli Angiò (emblema della Lorena).
 
Così il rosario con 34 grani è un richiamo alla fede ortodossa, che sgrana la preghiera su corone che vanno da 33 fino anche a 200 grani. Su questi grani si declinano non solo le Ave Maria, ma il nome di Cristo e la preghiera del Pellegrino russo: “Signore abbi pietà di me peccatore”. Ed è proprio a questa richiesta umile di perdono, dovuta al pentimento dell'anima per il proprio peccato, che ci vuole portare il nostro Francesco tutto intento a leggere un grande libro.
 
Questo libro, best seller dell'antichità, è l'Imitazione di Cristo, un testo demodé, ma che andrebbe ripreso da tutti i cristiani e non solo da quanti varcano le soglie di conventi e seminari. Francesco era così educato alla compunzione, che riconosceva come vera tragedia cadere nel peccato mortale. Nel dipinto lo si evince dalla mano portata sul petto e dagli occhi pieni di lacrime fissi sulle pagine del libro.
 
Si è fatto un gran parlare di un'ipotetica profezia di san Francesco (contenuta nelle pagine del VI tomo della Medii Aevi Bibliotheca Patristica, pubblicata nel 1880 a Parigi), la cui autenticità è stata messa in dubbio dagli stessi francescani. La profezia riguarderebbe la sofferenza della Chiesa in tempi calamitosi, svuotati dei principi e valori cristiani, tempi in cui il Santo Padre per primo subirà una terribile prova.
 
Senza scomodare le profezie, basterebbe citare le parole del santo morente riportate dal Celano: «Addio figli miei, vivete nel timore del Signore e conservatevi in esso sempre! E poiché si avvicina l'ora della prova e della tribolazione, beati quelli che persevereranno in ciò che hanno intrapreso! Io infatti mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia». Benedisse poi tutti i frati presenti, gli assenti e «quanti sarebbero venuti dopo di loro sino alla fine dei secoli».

Se, da un lato, anche noi, come accadde alle molte generazioni che ci separano da Francesco, possiamo riconoscere l'ora della tribolazione negli eventi dell'attualità e nello smarrimento grave in cui versano i cristiani, dall'altro dobbiamo domandarci se possediamo la stessa coscienza cristiana del santo di Assisi.
 
Egli, infatti, più della grande tribolazione, temeva la perdizione dell'anima, al punto che chiese e ottenne, in seguito a una visione dello stesso Salvatore, l'indulgenza plenaria della Porziuncola: «Voglio, Padre santo, se piace alla Vostra Santità, che quanti confessati e contriti, e, com'è dovere, assolti dal sacerdote, entreranno in quella chiesa, siano liberati dalla pena e dalla colpa, in cielo e in terra, dal giorno del battesimo fino al giorno e all'ora dell'ingresso nella detta chiesa». I cardinali furono restii a tal concessione perché avrebbe messo in ombra l'indulgenza lucrata da quanti visitavano la Terra Santa.
 
Così il papa, 801 anni fa (era 1216), restrinse la concessione a un solo giorno, il 2 agosto. La lezione del Santo è fin troppo chiara: amare la grazia battesimale, ricercarla e conservarla; non cedere a una mentalità che vorrebbe perdono e misericordia senza nulla cambiare della vita, perché ciò sarebbe solo illusorio e sterile. Il teschio davanti a san Francesco reca la corona di spine: la morte è vinta per le piaghe del Signore. Noi che viviamo della grazia del suo perdono dovremmo meditare ogni giorno, come i Santi, la Passione che ce lo ha meritato. 

 
Gloria Riva
 
(articolo tratto da www.avvenire.it) 
 
 
 
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