«La vostra presenza, Signori Presidenti, è un grande segno di fraternità […]. Questo nostro incontro di invocazione della pace in Terra Santa, in Medio Oriente e in tutto il mondo […] è un incontro che risponde all’ardente desiderio di quanti anelano alla pace e sognano un mondo dove gli uomini e le donne possano vivere da fratelli e non da avversari o da nemici. Signori Presidenti, il mondo è un’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, ma è anche un prestito dei nostri figli: figli che sono stanchi e sfiniti dai conflitti e desiderosi di raggiungere l’alba della pace; figli che ci chiedono di abbattere i muri dell’inimicizia e di percorrere la strada del dialogo e della pace perché l’amore e l’amicizia trionfino»1.
 
Questo il discorso pronunciato da papa Francesco, nel giugno del 2014, in occasione dell’invocazione della pace in Terra Santa al cospetto del capo di stato palestinese Mahamoud Abbas e dell’allora presidente israeliano Shimon Peres. Un discorso significativo che al termine del secondo viaggio apostolico del pontefice al di fuori dei confini italiani, faceva riferimento per la prima volta a quell’elemento concettuale che rappresenterà il minimo comune denominatore della “guerra santa” di papa Bergoglio: la strenua lotta contro il muro.
 
Il Santo Padre nel corso del suo pontificato non ha mai smesso di scagliarsi contro i muri nel mondo, fatti di paura, aggressività ed egoismo, puntando il dito contro quei «muri visibili e invisibili» che segregano in pezzi incoerenti un mondo, paradossalmente, sempre più globalizzato; dalla cosiddetta barriera di sicurezza israeliana che lacera in due la biblica Terra di Canaan, alle reti metalliche e filo spinato che delimitano le frontiere di un’Europa sempre più fortezza e molto meno Unione; al muro dell’umiliazione fra Stati Uniti e Messico, il più lungo al mondo e che, ancora in costruzione, il presidente americano Donald Trump vorrebbe “diligentemente” estendere fino a coprire gli oltre 3.140 chilometri di confine.
 
E non è un caso che papa Francesco abbia scelto di concludere la sua visita pastorale proprio in Messico, nello scorso febbraio 2016, con una Messa celebrata a Ciudad Juárez2; una città di frontiera, vera periferia del mondo, dove si concentrano migliaia di migranti messicani e dell’America centrale che hanno nel cuore l’american dream, il sogno di una vita migliore. Al concetto di muro, papa Francesco contrappone sistematicamente la sua antitesi più naturale, il ponte, nemesi per definizione di ogni barriera.
 
Il muro infatti nasce dalla paura, che genera a sua volta la paralisi. «Sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita. La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri»3.

Da qui la necessità di costruire ponti fra nazioni, religioni, popoli e cuori, facoltà che è insita nella stessa natura nominale del pontefice: dal latino ponte – ficere, colui che apre la via, colui che costruisce ponti e legami. Il ponte è quello strumento, edificato sui mattoni della solidarietà fra gli uomini, capace di legare i frammenti incoerenti di un mondo sempre più diviso.
Ed è il primo passo per il conseguimento della pace. Ma, come ricorda il pontefice: «Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’animo».

Questo dossier ha l’obiettivo di raccontare i tanti muri nel mondo, a partire dal caso più emblematico rappresentato dalla barriera israelo-palestinese; un muro che, a partire dalla sua fondazione nel 2002, non ha mai smesso di ampliarsi. Molti, troppi di questi figli sono caduti vittime innocenti della guerra e della violenza, piante strappate nel pieno rigoglio. Un dossier che attraverso il racconto e la memoria vuole cercare di instillare, come afferma papa Bergoglio «il coraggio della pace, la forza di perseverare nel dialogo ad ogni costo, la pazienza di tessere giorno per giorno la trama sempre più robusta di una convivenza rispettosa e pacifica». Per la gloria di Dio e il bene di tutti.
 
 
 
(articolo tratto da www.caritasitaliana.it)
 
 
1 Papa Francesco, Invocazione per la pace, Giardini Vaticani, 8 giugno 2014
2 Rai News, Mai più morte e sfruttamento. La messa del Papa a Ciudad Juarez accanto alla frontiera Usa, 18 febbraio 2016
3 Tv2000, Papa Francesco: Costruite ponti, non muri e Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, 30 luglio 2016
  

 
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