All’origine dei tanti monumenti dello spirito che rendono unico e inimitabile il panorama dell’Italia e dell’Europa vi sono spesso i santi. La ragione di questa fecondità nel bello è semplice: alla ricerca di Dio i santi trovano l’origine e la fonte della bellezza. La forma di vita proposta da san Benedetto è una scuola del servizio divino. Si apprende a servire Dio vivendo alla sua presenza. Di qui la cura con la quale viene celebrata la liturgia seguendo il modello degli angeli che vivono alla presenza di Dio e cantano le sue lodi.
 
La preghiera del coro, dunque, è una imitazione della liturgia celeste. Per questo non bisogna anteporvi nulla. Si deve anzi studiare e approfondire la Parola, trascrivere i testi in codici preziosi, adeguare la mente e il cuore alla parola della Scrittura. Un grande Papa, Gregorio Magno, fu un ammiratore fervente di san Benedetto. Ne scrisse la vita e trasformò la propria casa di Roma in un monastero. Presto, tuttavia, dovette assumere incarichi sempre più rilevanti al servizio della Chiesa finché venne eletto Papa nel 590.
 
Neppure da Pontefice, tuttavia, Gregorio abbandonò il suo ideale di vita al cui centro vi era l’azione, la contemplazione e la predicazione. Il modello di questo atteggiamento era, per Gregorio, Cristo stesso, che da Dio si fece uomo, e come uomo-Dio evangelizzò il mondo. Il Papa divenne dunque un grande predicatore e dove non poté arrivare di persona inviò dei monaci con il compito di diffondere l’annuncio del Vangelo. Lasciava così al Medioevo, che secondo alcuni studiosi con lui ebbe inizio, un modello di vita armonica.
 
A poco a poco le abbazie, le case dei monaci, si diffondono per l’Europa, diventano luoghi di preghiera e di studio, centri di umanità resi accoglienti per chi vi abita ma anche per il visitatore che viene alla ricerca di Dio e di autentica umanità. In questo modo i monasteri divennero un potente fattore di cultura e civiltà. A Gregorio, secondo la tradizione, si deve anche lo sviluppo del canto che da lui prende il nome di gregoriano. Si tratta di un canto che riprendeva precedenti stilemi e li adattava alla vita liturgica della Chiesa. Come nel campo delle arti figurative, dunque, il cristianesimo non creava ex novo, ma si serviva dei modelli esistenti che poi sviluppava e abbelliva.
 
Più di mille anni dopo la morte di san Gregorio Magno la rivoluzione francese introdusse una cesura radicale in questa visione del mondo. Volendo combattere la decadenza della vita cristiana e del monachesimo, tentò di sopprimere con la violenza l’antico modello di vita proposto da san Benedetto. Vennero distrutte abbazie e priorati, furono perseguitati coloro che ancora intendevano vivere secondo la regola del padre dei monaci. Nel 1791 anche l’antica abbazia di Solesmes, nella regione francese della Loira, chiuse i battenti, e così sembrava finita la storia del monachesimo in Occidente.
 
Dopo qualche decennio, tuttavia, un sacerdote di nome Prosper Guéranger col consenso del vescovo di Le Mans, acquistò il vecchio priorato di Solesmes e vi si trasferì con tre compagni. Ripristinando il monachesimo e rinnovando lo spirito della liturgia, don Guéranger mirava a rinnovare la vita della Chiesa in Francia e in Europa. Con questo intento egli si recò a Roma, dove emise i voti monastici presso l’abbazia di San Paolo fuori le Mura e dove il Papa lo incoraggiò a proseguire nell’opera iniziata. Un merito particolare dell’abate Guéranger è la riforma del canto gregoriano.
 
Rinunciando ai virtuosismi, che finivano per mettere in ombra il contenuto delle antiche preghiere, padre Guéranger e i suoi monaci cercarono di recuperare l’antico modo di pregare i Salmi favorendo l’articolazione sillabica e il ritmo delle parole di modo da restituire il primato al senso della preghiera. Dalla Francia il rinnovamento liturgico si trasmise poi alla Germania e al resto d’Europa. Morto nel 1875, nel 2005 l’ abate Guéranger è stato proclamato servo di Dio.
 
Una voce originale all’interno del movimento di riforma monastica è quella dell’abate di origine irlandese dom Columba Marmion. Nato nel 1858 a Dublino, Joseph Marmion fin da bambino scelse la vocazione sacerdotale compiendo gli studi prima nella natìa Irlanda poi presso il collegio di Propaganda Fide a Roma. Ordinato sacerdote in Italia, sulla via del ritorno in patria visitò un amico sacerdote che era diventato monaco presso l’abbazia di Maredsous, da poco fondata, in Belgio. Pochi anni dopo, a sua volta colpito dal fascino dei monasteri, anche Marmion entrava come novizio nell’abbazia belga.
 
Dopo lunga e seria preparazione emetteva i voti monastici nel 1891, quando poteva finalmente dedicarsi a una intensa attività. Aiutava il maestro dei novizi, dava lezioni nel Collegio annesso all’abbazia. Soprattutto, chiamato a predicare nelle parrocchie, si rivelò un oratore di successo. Dopo alcuni anni venne inviato con alcuni confratelli a fondare un nuovo monastero a Lovanio, sede di una prestigiosa università cattolica in Belgio. In breve divenne un punto di riferimento per la nuova abbazia e per alcune facoltà e centri di studio dell’università. Si dedicò poi a una fitta predicazione di ritiri, in Belgio e in Gran Bretagna, e nello stesso tempo a un gran numero di direzioni spirituali.
 
Il celebre cardinale Mercier lo scelse come suo confessore e padre spirituale. L’originalità del pensiero di Marmion deriva dalla convinzione della centralità di Cristo nella vita cristiana. Conformandosi a Lui mediante i sacramenti si restaura nell’uomo l’immagine divina. I suoi libri, Cristo ideale del monaco e Cristo vita dell’anima, non solo ebbero grande successo editoriale ma proposero a molti cristiani un ideale di vita. Morto nel 1923, don Columba Marmion venne proclamato beato nel 2000 da san Giovanni Paolo II. Disse in quell’occasione il Papa: «Per tutta una generazione di cattolici, ma più particolarmente di sacerdoti, religiosi e religiose, dom Columba Marmion è stato un maestro di vita spirituale.
 
Riportando i cattolici alle fonti bibliche (soprattutto a san Paolo) e liturgiche della loro fede, li ha resi coscienti realmente della loro vita di figli di Dio, animati dallo Spirito Santo». In Italia il movimento liturgico-monastico ebbe un esponente di rilievo nella figura del cardinale Ildefonso Schuster. Alfredo – questo il suo nome di battesimo – nacque a Roma nel 1880. Entrato giovanissimo nell’abbazia benedettina di San Paolo fuori le Mura, assimilò lo spirito monastico sotto la guida del beato Placido Riccardi. Eletto abate di San Paolo in età relativamente giovanile, pubblicò un importante commento alla Regola di san Benedetto incentrato sul primato della ricerca di Dio nella vita monastica.
 
Uomo di fiducia del papa Pio XI, svolse delicati incarichi come visitatore apostolico sia negli ambienti monastici che nella diocesi di Milano. Nel 1929, infine, Pio XI lo nominò arcivescovo di Milano. Nei lunghi anni del fascismo e della guerra Schuster rappresentò il modello del vescovo fedele al Papa e particolarmente vicino al suo clero. Al termine del secondo conflitto mondiale impegnò la sua diocesi in una estesa opera umanitaria e assistenziale. Estenuato dall’instancabile attività, si spense nel 1954 nel Seminario di Venegono da lui fatto costruire come un’abbazia in cima al colle, una cittadella di preghiera e di studio.
 
Disse san Giovanni Paolo II proclamandolo beato: «Il cardinale Schuster offrì al clero milanese un luminoso esempio di come possano essere armonizzate la contemplazione e l’azione pastorale». Nell’ ultimo saluto ai suoi seminaristi il cardinale Schuster ricordava che la ricerca di Dio non allontana dagli uomini e dalle loro attese. Al contrario, rende il mondo più umano, più trasparente verso Dio che lo ha creato come un giardino di grande bellezza. Anche nel terzo millennio la ricerca di Dio può rendere il mondo più bello e armonico, più fraterno nella condivisione delle risorse e delle aspirazioni.

 
Elio Guerriero
 
(articolo tratto da www.avvenire.it)

 

 
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