Documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica “Educare all’umanesimo solidale. Per costruire una civiltà dell’amore a 50 anni dalla Populorum progressio”:

Cinquant’anni fa, con l’enciclica Populorum progressio, la Chiesa annunciava agli uomini e alle donne di buona volontà il carattere mondiale assunto dalla questione sociale1. Tale annuncio non si limitava a suggerire uno sguardo più largo, in grado di abbracciare porzioni sempre più grandi di umanità, ma offriva un nuovo modello etico-sociale. In essa si doveva operare per la pace, la giustizia e la solidarietà, con una visione in grado di cogliere l’orizzonte globale delle scelte sociali.
 
I presupposti di questa nuova visione etica erano emersi qualche anno prima, nel Concilio Vaticano II, con la formulazione del principio di interdipendenza planetaria e del destino comune di tutti i popoli della Terra2. Negli anni a venire, la validità esplicativa di tali principi trovò numerose conferme. L’uomo contemporaneo ha più volte fatto esperienza che ciò che accade in una parte del mondo può influire su altre, e che nessuno può a priori sentirsi al sicuro in un mondo nel quale esiste sofferenza o miseria. Se allora s’intravedeva la necessità di occuparsi del bene altrui come fosse il proprio, oggi tale raccomandazione assume un’evidente priorità nell’agenda politica dei sistemi civili3.
 
La Populorum progressio, in tal senso, può essere considerata il documento programmatico della missione della Chiesa nell’era della globalizzazione4. La sapienza che promana dai suoi insegnamenti guida ancora oggi il pensiero e l’azione di quanti vogliono costruire la civiltà dell’«umanesimo plenario»5, offrendo – nell’alveo del principio di sussidiarietà – «modelli praticabili di integrazione sociale» scaturiti dal proficuo incontro tra «la dimensione individuale e quella comunitaria»6. Questa integrazione esprime gli obiettivi della «Chiesa in uscita», la quale «accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario […], accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere»7.
 
I contenuti di questo umanesimo solidale hanno bisogno di essere vissuti e testimoniati, formulati e trasmessi8 in un mondo segnato da molteplici differenze culturali, attraversato da eterogenee visioni del bene e della vita e caratterizzato dalla convivenza di credenze diverse. Per rendere possibile questo processo – come afferma Papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’ – «bisogna tener presente che i modelli di pensiero influiscono realmente sui comportamenti. L’educazione sarà inefficace e i suoi sforzi saranno sterili se non si preoccupa anche di diffondere un nuovo modello riguardo all’essere umano, alla vita, alla società e alla relazione con la natura».9 Con il presente documento la Congregazione per l’Educazione Cattolica si prefigge di proporre le linee principali dell’educazione all’umanesimo solidale.
 
 
Scenari attuali
 
Il mondo contemporaneo, multiforme e in continua trasformazione, è attraversato da molteplici crisi. Esse sono di varia natura: crisi economiche, finanziarie, del lavoro; crisi politiche, democratiche, di partecipazione; crisi ambientali e naturali; crisi demografiche e migratorie, ecc. I fenomeni prodotti da tali crisi rivelano quotidianamente il loro carattere drammatico. La pace è continuamente minacciata e, al fianco delle guerre tradizionali, combattute fra eserciti regolari, è assai diffusa l’insicurezza generata dal terrorismo internazionale, sotto i cui colpi si producono sentimenti di reciproca diffidenza e odio, così da favorire lo sviluppo di sentimenti populistici, demagogici, che rischiano di aggravare i problemi, favorendo la radicalizzazione dello scontro fra culture diverse. Guerre, conflitti e terrorismo sono a volte la causa, a volte l’effetto, delle sperequazioni economiche e dell’ingiusta ripartizione dei beni del creato.
 
Da tali iniquità si generano miseria, disoccupazione e sfruttamento. Le statistiche degli organismi internazionali mostrano i connotati dell’emergenza umanitaria in corso, che riguarda anche l’avvenire, se si misurano gli effetti del sottosviluppo e delle migrazioni nelle giovani generazioni. Né possono dirsi esenti da tali pericoli le società industrializzate, nelle quali le aree di marginalità sono aumentate10. Di particolare rilievo è il complesso fenomeno delle migrazioni, esteso in tutto il pianeta, dal quale si generano incontri e scontri di civiltà, accoglienza solidale e populismi intolleranti e intransigenti. Siamo di fronte a un processo che è stato opportunamente definito un cambiamento epocale11. Esso mette in evidenza un umanesimo decadente, fondato spesso sul paradigma dell’indifferenza.
 
L’elenco dei problemi potrebbe allungarsi, mentre non devono essere taciute le opportunità positive che il mondo attuale presenta. La globalizzazione delle relazioni è anche la globalizzazione della solidarietà. Ne abbiamo avuto numerosi esempi in occasione delle grandi tragedie umanitarie causate dalla guerra o in casi di catastrofi naturali: le catene di solidarietà e le iniziative assistenziali e caritatevoli hanno coinvolto cittadini di ogni angolo del mondo. Allo stesso modo, negli ultimi anni sono sorte iniziative sociali, movimenti e associazioni, a favore di una globalizzazione più equa, attenta ai bisogni dei popoli economicamente in difficoltà. A fondare molte di queste iniziative, e a parteciparvi, sono spesso cittadini delle nazioni più ricche, i quali potrebbero godere dei vantaggi delle disuguaglianze, mentre spesso lottano per i principi di giustizia sociale con gratuità e determinazione.
 
È paradossale che l’uomo contemporaneo abbia raggiunto traguardi importanti nella conoscenza delle forze della natura, della scienza e della tecnica e, al tempo stesso, sia carente di una progettualità per una convivenza pubblica adeguata allo scopo di rendere l’esistenza di ciascuno e di tutti accettabile e dignitosa. Ciò che, forse, è mancato, finora, è lo sviluppo congiunto delle opportunità civili con un piano educativo in grado di veicolare le ragioni della cooperazione in un mondo solidale. La questione sociale, come disse Benedetto XVI, è oggi una questione antropologica12, che chiama in causa una funzione educativa non più rinviabile. Per questa ragione, è necessario “un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l'interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l'integrazione avvenga nel segno della solidarietà piuttosto che della marginalizzazione.”13
 
 
Umanizzare l’educazione
 
«Esperta di umanità», come sottolineò cinquant’anni fa la Populorum progressio14, la Chiesa ha sia la missione sia l’esperienza per indicare i percorsi educativi adeguati alle sfide attuali. La sua visione educativa è al servizio della realizzazione degli scopi più alti dell’umanità. Tali scopi furono messi in evidenza, con lungimiranza, nella Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis: lo sviluppo armonico delle capacità fisiche, morali e intellettuali, finalizzate alla graduale maturazione del senso di responsabilità; la conquista della vera libertà; la positiva e prudente educazione sessuale15. Lungo tale prospettiva, si intuiva che l’educazione doveva essere al servizio di un nuovo umanesimo, nel quale la persona sociale era disponibile al dialogo e operava per la realizzazione del bene comune16.
 
Le esigenze indicate dalla Gravissimum educationis sono ancora attuali. Nonostante le concezioni antropologiche basate sul materialismo, sull’idealismo, sull’individualismo e sul collettivismo vivano una fase decadente, ancora esercitano una certa influenza culturale. Esse spesso intendono l’educazione come un percorso di addestramento dell’individuo alla vita pubblica, nella quale agiscono le diverse correnti ideologiche, in competizione fra loro per l’egemonia culturale. In questo contesto, la formazione della persona risponde ad altre esigenze: l’affermazione della cultura del consumo, dell’ideologia del conflitto, del pensiero relativista, ecc.
 
È necessario, perciò, umanizzare l’educazione, cioè farne un processo nel quale ciascuna persona possa sviluppare le proprie attitudini profonde, la propria vocazione, e con ciò contribuire alla vocazione della propria comunità. “Umanizzare l’educazione”17 significa mettere la persona al centro dell’educazione, in un quadro di relazioni che costituiscono una comunità viva, interdipendente, legata ad un destino comune. In questo modo si qualifica l’umanesimo solidale.
 
Umanizzare l’educazione significa, ancora, prendere atto che c’è bisogno di aggiornare il patto educativo fra le generazioni. In modo costante, la Chiesa afferma che «la buona educazione familiare è la colonna vertebrale dell’umanesimo»18, e di là si propagano i significati di una educazione al servizio dell’intero corpo sociale, basata sulla mutua fiducia e sulla reciprocità dei doveri19. Per tali ragioni le istituzioni scolastiche e accademiche che intendano porre la persona al centro della propria missione sono chiamate a rispettare la famiglia come prima società naturale, e a mettersi al suo fianco, in una retta concezione di sussidiarietà.
 
Un’educazione umanizzata, perciò, non si limita a elargire un servizio formativo, ma si occupa dei risultati di esso nel quadro complessivo delle attitudini personali, morali e sociali dei partecipanti al processo educativo; non chiede semplicemente al docente di insegnare e allo studente di apprendere, ma sollecita ciascuno a vivere, studiare e agire, in relazione alle ragioni dell’umanesimo solidale; non progetta spazi di divisione e contrapposizione ma, al contrario, propone luoghi di incontro e confronto per realizzare progetti educativi validi; si tratta di un’educazione - allo stesso tempo – solida e aperta, che rompe i muri dell’esclusività, promuovendo la ricchezza e la diversità dei talenti individuali ed estendendo il perimetro della propria aula in ogni angolo del vissuto sociale nel quale l’educazione può generare solidarietà, condivisione, comunione20.
 
 
Cultura del dialogo
 
La vocazione alla solidarietà chiama le persone del XXI secolo a misurarsi con le sfide della convivenza multiculturale. Nelle società globali convivono quotidianamente cittadini di tradizioni, culture, religioni e concezioni del mondo differenti, e da ciò si producono spesso incomprensioni e conflitti. In tali circostanze, le religioni sono spesso considerate come strutture di principi e di valori monolitici, intransigenti, incapaci di condurre l’umanità alla società globale.
 
La Chiesa cattolica, al contrario, «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni», ed è suo dovere «annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia»21. E’ altresì convinta che, in realtà, le difficoltà sono spesso il risultato di una mancata educazione all’umanesimo solidale, basata sulla formazione alla cultura del dialogo.
 
La cultura del dialogo non raccomanda il semplice parlarsi per conoscersi, così da attutire l’effetto estraniante dell’incontro fra cittadini di diverse culture. L’autentico dialogo avviene in un quadro etico di requisiti e atteggiamenti formativi nonché di obiettivi sociali. I requisiti etici per dialogare sono la libertà e l’uguaglianza: i partecipanti al dialogo devono essere liberi dai loro interessi contingenti e devono essere disponibili a riconoscere la dignità di tutti gli interlocutori.
 
Questi atteggiamenti sono sostenuti dalla coerenza con il proprio specifico universo di valori. Ciò si traduce nella generale intenzione di far coincidere azione e dichiarazione, in altre parole, di collegare i principi etici annunciati (per esempio pace, equità, rispetto, democrazia…) con le scelte sociali e civili compiute. Si tratta di una «grammatica del dialogo», come indicato da Papa Francesco, in grado di «costruire ponti e […] trovare risposte alle sfide del nostro tempo»22.
 
Nel pluralismo etico-religioso, perciò, le religioni possono essere al servizio, e non d’intralcio, alla convivenza pubblica. A partire dai loro valori positivi di amore, speranza e salvezza, in un quadro di relazioni performativo e coerente, le religioni possono contribuire in modo determinante al conseguimento degli obiettivi sociali di pace e di giustizia. In tale prospettiva, la cultura del dialogo afferma una concezione propositiva dei rapporti civili. Invece di ridurre la religiosità alla sfera individuale, privata e riservata, e costringere i cittadini a vivere nello spazio pubblico unicamente le norme etiche e giuridiche dello Stato, capovolge i termini del rapporto, e invita le credenze religiose a professare in pubblico i propri valori etici positivi.
 
L’educazione all’umanesimo solidale ha la gravissima responsabilità di provvedere alla formazione di cittadini provvisti di un’adeguata cultura del dialogo. D’altronde la dimensione interculturale è di frequente vissuta nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado, nonché nelle istituzioni universitarie, per cui è da lì che si deve procedere per diffondere la cultura del dialogo. Il quadro di valori nel quale vive, pensa e agisce il cittadino formato al dialogo è sostenuto da principi relazionali (gratuità, libertà, uguaglianza, coerenza, pace e bene comune) che entrano in modo positivo e decisivo nei programmi didattici e formativi delle istituzioni e agenzie che hanno a cuore l’umanesimo solidale.
 
È proprio della natura dell’educazione la capacità di costruire le basi per un dialogo pacifico e permettere l’incontro tra le diversità con l’obiettivo primario di edificare un mondo migliore. Si tratta, in primo luogo, di un processo educativo dove la ricerca di una convivenza pacifica e arricchente si áncora nel più ampio concetto di essere umano – nella sua caratterizzazione psicologica, culturale e spirituale – oltre ogni forma di egocentrismo e di etnocentrismo secondo una concezione di sviluppo integrale e trascendente della persona e della società23.
 
 
Globalizzare la speranza
 
«Lo sviluppo è il nuovo nome della pace», concludeva la Populorum progressio24. Tale affermazione ha trovato sostegni e conferme nei decenni successivi, così come sono state chiarite le direzioni dello sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Sviluppo e progresso, tuttavia, rimangono ancora delle descrizioni dei processi, non dicono molto sui fini ultimi del divenire storico-sociale. Lungi dall’esaltare il mito del progresso immanente alla ragione e alla libertà, la Chiesa cattolica collega lo sviluppo all’annuncio della redenzione cristiana, la quale non è un’indefinita e futuribile utopia, ma è già «sostanza della realtà», nel senso che per essa «sono già presenti in noi le cose che si sperano: il tutto, la vita vera»25.
 
È necessario, dunque, attraverso la speranza nella salvezza, essere già segni vivi di essa. Nel mondo globalizzato come può propagarsi il messaggio di salvezza in Gesù Cristo? «Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore»26. La carità cristiana propone grammatiche sociali universalizzanti e inclusive. Tale carità informa le scienze che, impregnate di essa, accompagneranno l’uomo alla ricerca di senso e di verità nel creato. L’educazione all’umanesimo solidale, con ciò, deve partire dalla certezza del messaggio di speranza contenuto nella verità di Gesù Cristo. Spetta ad essa, dunque, di irradiare tale speranza, quale messaggio veicolato dalla ragione e dalla vita attiva, presso i popoli di ogni parte del mondo.
 
Globalizzare la speranza è la specifica missione dell’educazione all’umanesimo solidale. Una missione che si adempie attraverso la costruzione di rapporti educativi e pedagogici che addestrino all’amore cristiano, che creino gruppi basati sulla solidarietà, nei quali il bene comune è connesso virtuosamente al bene di ogni suo componente, che trasformi il contenuto delle scienze in linea con la piena realizzazione della persona e della sua appartenenza all’umanità. Proprio l’educazione cristiana può svolgere tale compito primario perché essa «è un far nascere, è un far crescere, si colloca nella dinamica del dare la vita. E la vita che nasce è la sorgente più zampillante di speranza»27.
 
Globalizzare la speranza significa anche sostenere le speranze della globalizzazione. Da una parte, infatti, la globalizzazione ha moltiplicato le opportunità di crescita e aperto i rapporti sociali a nuove e inedite possibilità. Dall’altra, oltre ad alcuni benefici, essa ha causato sperequazioni, sfruttamenti, e ha indotto, in modo perverso, alcuni popoli a subire un’esclusione drammatica dai circuiti del benessere. Una globalizzazione senza visione, senza speranza, cioè senza un messaggio che è al tempo stesso annuncio e vita concreta, è destinata a produrre conflitti e a generare sofferenze e miserie.
 
 
Per una vera inclusione
 
Per corrispondere alla propria funzione, i progetti formativi dell’educazione all’umanesimo solidale mirano ad alcuni obiettivi fondamentali. Lo scopo principale è di consentire ad ogni cittadino di sentirsi attivamente partecipe nella costruzione dell’umanesimo solidale. Gli strumenti impiegati devono favorire il pluralismo, stabilendo spazi di dialogo finalizzati alla rappresentazione delle istanze etiche e normative.
 
L’educazione all’umanesimo solidale deve curare con particolare attenzione che l’apprendimento delle scienze corrisponda alla consapevolezza di un universo etico in cui la persona agisce. In particolare, tale retta concezione dell’universo etico deve procedere verso l’apertura di orizzonti del bene comune progressivamente più ampi, fino a estendersi all’intera famiglia umana.
 
Tale processo inclusivo supera i contorni delle persone ora viventi sulla terra. Il progresso scientifico e tecnologico ha mostrato, in questi anni, come le scelte compiute nel presente siano in grado di influire sugli stili di vita, e in alcuni casi sulla stessa esistenza dei cittadini delle future generazioni. «La nozione di bene comune coinvolge anche le generazioni future»28. Il cittadino di oggi, infatti, deve essere solidale con i suoi contemporanei ovunque si trovino, ma anche con i futuri cittadini del pianeta.
 
Siccome «il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi […] e c’è bisogno di leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future»29, allora lo specifico compito a cui può assolvere l’educazione all’umanesimo solidale è contribuire a edificare tale cultura basata su un’etica intergenerazionale.
 
Ciò significa che l’educazione estende l’ambito classico della portata della sua azione. Se finora si è ritenuta la scuola come l’istituzione formante i cittadini di domani, se le agenzie formative preposte all’educazione permanente si occupano dei cittadini del presente, attraverso l’educazione all’umanesimo solidale si cura l’umanità del futuro, i posteri, a cui si deve essere solidali attuando scelte responsabili.
 
È ancora più vero per quanto concerne la formazione accademica, perché è attraverso di essa che si forniscono le competenze necessarie per effettuare le scelte decisive agli equilibri dei sistemi umano-sociali, naturali, ambientali, ecc.30 I temi sviluppati nei corsi universitari, in tal senso, dovrebbero svolgersi attorno a un criterio decisivo per la valutazione della sua qualità: la sostenibilità con le esigenze delle future generazioni.
 
Per essere una vera inclusione si deve compiere l’ulteriore passo di entrare in un rapporto di solidarietà con le generazioni che ci hanno preceduto. Purtroppo l’affermazione del paradigma tecnocratico ha, in alcuni casi, ridimensionato il sapere storico, scientifico ed umanistico – con il suo patrimonio letterario ed artistico – mentre una retta visione della storia e dello spirito con cui i nostri antenati hanno affrontato e superato le loro sfide, può aiutare l’uomo nella complessa avventura della contemporaneità.
 
Le società umane, le comunità, i popoli, le nazioni sono il frutto di passaggi della storia nei quali si rivela una specifica identità in continua elaborazione. Cogliere il nesso fecondo fra il divenire storico di una comunità e la sua vocazione al bene comune e al compimento dell’umanesimo solidale implica la formazione di una coscienza storica, basata sulla consapevolezza dell’inscindibile unità che porta gli antenati, i contemporanei e i posteri, a superare i gradi di parentela per riconoscersi tutti ugualmente figli dell’unico Padre, e dunque in un rapporto di solidarietà universale31.
 
 
Reti di cooperazione
 
Così come l’enciclica Populorum progressio raccomanda la stesura di «programmi concertati»32, oggi è evidente la necessità di far convergere le iniziative educative e di ricerca verso i fini dell’umanesimo solidale, nella consapevolezza che «non possono rimanere dispersi e isolati, tanto meno opposti gli uni agli altri per ragioni di prestigio o di potenza»33.
 
Erigere reti di cooperazione, dal punto di vista educativo, scolastico e accademico, significa attivare dinamiche inclusive, in costante ricerca di nuove possibilità di immettere nel proprio circuito di insegnamento e apprendimento soggetti diversi, in particolare quelli a cui è difficile poter usufruire di un piano formativo adeguato alle proprie necessità. Ricordando, infatti, che l’educazione è ancora una risorsa scarsa nel mondo, in considerazione che esistono porzioni di umanità che soffrono della mancanza di istituzioni idonee allo sviluppo, il primo impegno dell’educazione all’umanesimo solidale consiste nella socializzazione di sé, attraverso l’organizzazione di reti di cooperazione.
 
Un’educazione all’umanesimo solidale sviluppa reti di cooperazione nei diversi ambiti di esercizio dell’attività educativa, e in particolare della formazione accademica. Innanzitutto, domanda agli attori educativi di assumere un atteggiamento congruo alla collaborazione. In particolare, predilige la collegialità del corpo docente nella preparazione dei programmi formativi, e la collaborazione fra gli studenti per quanto concerne le modalità di apprendimento e gli ambienti formativi. Non solo: quali cellule vive dell’umanesimo solidale, legate da un patto educativo e da un’etica intergenerazionale, la solidarietà fra chi insegna e chi apprende deve essere progressivamente inclusiva, plurale e democratica.
 
L’università dovrebbe essere la principale fucina per la formazione alla cooperazione nella ricerca scientifica, prediligendo – nell’alveo dell’umanesimo solidale – l’organizzazione di ricerche collettive, in ogni ambito della conoscenza, i cui risultati possano essere corroborati dall’oggettività scientifica dell’applicazione di logiche, metodi e tecniche idonee ma anche dall’esperienza di solidarietà compiuta dai ricercatori.
 
Si tratta di favorire la formazione di gruppi di ricerca integrati fra personale docente, giovani ricercatori e studenti, e anche di sollecitare la collaborazione fra istituzioni accademiche situate in un contesto internazionale. Le reti di cooperazione dovranno istituirsi fra soggetti educativi e soggetti di altro genere, per esempio dal mondo delle professioni, delle arti, del commercio, dell’impresa e da tutti i corpi intermedi della società nei quali l’umanesimo solidale ha bisogno di propagarsi.
 
Da più parti si solleva la domanda per un’educazione che superi le insidie dei processi di massificazione culturale, dai quali si producono gli effetti nocivi del livellamento e, con ciò, della manipolazione consumistica. L’insorgere di reti di cooperazione, nel quadro dell’educazione all’umanesimo solidale, può provvedere al superamento di tali sfide, perché offre decentramento e specializzazione.
 
In una prospettiva di sussidiarietà educativa, tanto al livello nazionale che internazionale, si favorisce la condivisione di responsabilità e di esperienze, indispensabile per ottimizzare le risorse ed evitare i rischi. In tal modo si costruisce una rete non solo di ricerca ma, soprattutto, di servizio dove ci si aiuta vicendevolmente e si condividono le nuove scoperte, “scambiandosi i docenti per determinati periodi e sviluppando quelle iniziative che incrementano la loro collaborazione.”34 
 
 
Prospettive
 
L’educazione e l’istruzione scolastica e universitaria sono stati sempre al centro della proposta della Chiesa cattolica nella vita pubblica. Essa ha difeso la libertà di istruzione quando, nelle culture secolarizzate e laiciste, sembravano ridursi gli spazi assegnabili alla formazione ai valori religiosi. Attraverso l’educazione, ha continuato a rifornire di principi e di valori la convivenza pubblica quando le società moderne, illuse dai traguardi scientifici e tecnologici, giuridici e culturali, credevano insignificante la cultura cattolica. Oggi come in ogni epoca, alla Chiesa cattolica incombe ancora la responsabilità di contribuire, con il proprio patrimonio di verità e di valori, all’edificazione dell’umanesimo solidale, per un mondo pronto ad attualizzare la profezia contenuta nell’enciclica Populorum progressio.
 
Per dare un’anima al mondo globale, attraversato da un costante cambiamento, la Congregazione per l’Educazione Cattolica rilancia la priorità dell’edificazione della “civiltà dell’amore”35 ed esorta tutti coloro che per professione e per vocazione sono impegnati nei processi educativi – a tutti i livelli – a vivere con dedizione e sapienza tale loro esperienza, all’insegna dei principi e dei valori enucleati.
 
Questo Dicastero – dopo il Congresso Mondiale “Educare oggi e domani. Una passione che si rinnova” (Roma-Castel Gandolfo, 18-21 novembre 2015) – ha qui dato eco alle riflessioni e alle sfide emerse sia da parte dei docenti, dei discenti e dei genitori sia delle Chiese particolari, delle Famiglie religiose e delle Associazioni impegnate nel vasto universo dell’educazione.
 
I presenti orientamenti sono consegnati a tutti i soggetti coinvolti con passione a rinnovare quotidianamente la missione educativa della Chiesa nei diversi continenti. Si vuole, altresì, offrire uno strumento utile per il dialogo costruttivo con la società civile e gli Organismi Internazionali. Nello stesso tempo, Papa Francesco ha eretto la Fondazione “Gravissimum educationis36 per quelle “finalità scientifiche e culturali volte a promuovere l’educazione cattolica nel mondo”37.
 
In conclusione, i temi e gli orizzonti da esplorare – a partire dalla cultura del dialogo, dalla globalizzazione della speranza, dall’inclusione e dalle reti di cooperazione – sollecitano tanto l’esperienza formativa e d’insegnamento quanto l’attività di studio e di ricerca. Sarà necessario, perciò, favorire la comunicazione di tali esperienze e dei risultati delle ricerche, così da consentire a ciascun soggetto impegnato nell’educazione all’umanesimo solidale di cogliere il senso della propria iniziativa nel processo globale di costruzione di un mondo fondato sui valori della solidarietà cristiana.

 
Card. Giuseppe Versaldi e arciv. Angelo Vincenzo Zani
 
(articolo tratto da www.vatican.va)
 
 
1 Paolo VI, Lettera enciclica Populorum progressio (26 marzo 1967), 3.
2 Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (28 ottobre 1965), 4-5.
3 Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pacee, Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004), 167.
4 Anche per questo la Populorum progressio è stata spesso accostata, per la portata del suo discorso sociale, alla Rerum novarum di Leone XIII: cf. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 2-3; Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 8.
5 Populorum progressio, 42.
6 Cf. Papa Francesco, Discorso ai Partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale nel 50° anniversario della “Populorum Progressio”, 4 aprile 2017.
7 Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), 24.
8 “L'amore nella verità — Caritas in veritate — è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano.” Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 9.
9 Papa Francesco, Lettera enciclica sulla cura della casa comune Laudato si’ (24 maggio 2015), 215.
10 Cf. Unicef, Rapporto sulla condizione dell’infanzia nel mondo 2016, Unicef, Firenze 2016; Unicef, Figli della recessione. L’impatto della crisi economica sul benessere dei bambini nei paesi ricchi, Unicef-Office of Research Innocenti, Firenze 2014.
11 Cf. International Organization for Migration, World Migration Report 2015 – Migrants and Cities: New Partnerships to Manage Mobility, IOM, Geneva 2015.
12 Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 75.
13 Ibid, 53
14 Populorum progressio, 13; Cf. Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965.
15 Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sull'Educazione Cristiana Gravissimum educationis (28 ottobre 1965), 1 B.
16 Ibid., 1.
17 Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla Assemblea plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica, 9 febbraio 2017.
18 Si veda Papa Francesco, Catechesi del 20 maggio 2015 sulla famiglia e l’educazione.
19 Ibid.
20 Papa Francesco, Discorso ai partecipanti al Congresso mondiale su “Educare oggi e domani. Una passione che si rinnova” promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica, Roma, 21 novembre 2015.
21 Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate (28 ottobre 1965), 2, 4.
22 Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla Assemblea plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica, 9 febbraio 2017.
23 Cf. Congregazione per l'educazione cattolica, Educare al dialogo interculturale nella scuola cattolica. Vivere insieme per una civiltà dell’amore, Città del Vaticano 2013, n. 45.
24 Populorum progressio, 87.
25 Benedetto XVI, Lettera enciclica Spe salvi (30 novembre 2007), 7.
26 Ivi, 26.
27 Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla Assemblea plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica, 9 febbraio 2017.
28 Papa Francesco, Lettera enciclica sulla cura della casa comune Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.
29 Ivi, 53.
30 Cf. Giovanni Paolo II, Costituzione Apostolica Ex corde Ecclesiae (15 agosto 1990), 34.
31 Populorum progressio, 17.
32 Ivi, 50.
33 Ibid.
34 Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sull'Educazione Cristiana Gravissimum educationis, 12
35 L’espressione “civiltà dell’amore” è stata usata da Paolo VI per la prima volta il 17 maggio 1970, festa della Pentecoste (Insegnamenti, VIII/1970, 506), e ripresa più volte durante il suo pontificato.
36 Papa Francesco, Chirografo per l’erezione della Fondazione “Gravissimum Educationis” (28 ottobre 2015).
37 Ibid.

 

 
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