In questi ultimi decenni i poteri economico-finanziari hanno alimentato guerre per il controllo di importanti materie prime (acqua, petrolio, diamanti, coltan, etc.). Ci sono interi paesi - Libia, Iraq, Siria, Afghanistan, etc. - che sono stati destabilizzati, intere popolazioni che da anni o da decenni non sanno più cosa sia la pace e la serenità, continuamente soggette a bombardamenti e violenze di ogni tipo. Non è un caso, dunque, se i terroristi islamici prendano di mira proprio i turisti, cioè coloro che si possono permettere il lusso di vivere qualche giorno o qualche settimana di completo relax e serenità.
 
È un diritto che una gran parte della popolazione mediorientale ha perso da molto tempo. In questo attacco alla nostra pace e alla nostra serenità, dunque, terroristi islamici e poteri finanziari sono molto più vicini di quello che si potrebbe credere. Ricordo che quando nel 2003 il presidente Bush junior iniziò e vinse la seconda guerra del Golfo, alcuni commentatori politici dissero: ‘Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra, ma sarà difficile per loro vincere la pace’, cioè dare vita a un sistema politico che garantisca la stabilità, la giustizia e la pace in quel paese.
 
Molti vedevano la permanente instabilità politica e la continua violenza di cui era – ed è - vittima la popolazione irachena come una sconfitta della strategia statunitense. Ma in realtà, al presidente Bush non interessava niente della pace in Iraq. Anzi, alcuni esponenti del governo dicevano chiaramente che per ‘stabilizzare’ il paese ci sarebbe stato bisogno di almeno 15-20 anni. Insomma, al sistema dominante non interessa la pace, non interessa la vita di tanti uomini e donne, interessano solo i profitti a medio-lungo termine. In questo senso, in alcuni casi la destabilizzazione può essere più vantaggiosa della stabilità.
 
Prima di tutto, questa destabilizzazione crea un esercito di migranti disperati, di “schiavi sradicati, deterritorializzati, senza diritti, disposti ad essere sfruttati pur di avere salva la vita e di non essere rispediti in patria” (Diego Fusaro). Marx lo aveva previsto: la presenza di un gran numero di disoccupati è funzionale all'esistenza del sistema capitalistico, poiché, alimentando la concorrenza tra poveri, garantisce un basso livello di salari. E spiegava: “Alla produzione capitalistica non basta affatto la quantità di forza-lavoro disponibile che fornisce l’aumento naturale della popolazione. Per avere mano libera essa abbisogna di un esercito industriale di riserva”.

Insomma, la rapacità del sistema capitalista ha bisogno di “braccia disoccupate, o occupate a metà”, specificava Marx, in modo che i poveri, per lavorare, siano costretti ad abbassare le loro pretese salariali. E così, commenta Fusaro, “dopo aver bombardato e destabilizzato i loro territori, si finge di voler accogliere” questi stranieri “per avere una massa immane di nuovi schiavi da sfruttare illimitatamente”. Per cui, più che di immigrazione, dovremmo parlare di “deportazioni di massa”. Mi rendo conto che l’argomento è molto complesso, e non si può esaurire in due paginette. Voglio solo limitarmi a dare qualche spunto di riflessione e di ‘provocazione’.
 
La prima provocazione è questa: dobbiamo certamente difendere il diritto di viaggiare e di emigrare, ma dobbiamo anche difendere il diritto a rimanere sulla propria terra, un diritto che i potenti stanno mettendo fortemente in discussione, soprattutto in certe aree del Sud del mondo. In quest’ottica, lo slogan ‘aiutiamoli a casa loro’, in molti casi dovrebbe essere riformulato in questo modo: ‘non distruggiamo la loro casa’, ‘non rendiamo il loro paese invivibile’, non togliamo loro il diritto di vivere in pace sulla propria terra. Insomma, più che di ‘aiutarli’ si tratta di ‘rispettarli’.
 
E questo significa: basta vendere armi a certi paesi! Basta a certe politiche economiche che distruggono l’ambiente, provocano cambiamenti climatici e costringono molti popoli a spostarsi per sopravvivere! Quindi, in un certo senso, il potere economico trasnazionale favorisce le migrazioni. Questo significa che il capitale extraterritoriale è interessato ad una connivenza multiculturale giusta e pacifica? Niente affatto! Quando gli stranieri arrivano in Europa in condizioni disperate, incontrano l’opposizione degli ‘autoctoni’, soprattutto di quelli più poveri. Ebbene, al potere economico-finanziario non interessa niente di integrare pacificamente stranieri e autoctoni, anzi, combatte energicamente contro questa ipotesi, perché non vuole che le diverse categorie di poveri si alleino contro di lui.
 
Per cui, se da un lato il sistema imperiale promuove l’emigrazione/deportazione, dall’altro promuove anche la xenofobia, che impedisce l’alleanza e un ‘contratto di lotta’ tra poveri europei e poveri stranieri. Come affermava Baumann, il capitale extraterritoriale promuove la divisione e la frammentazione nello strato sociale più basso, perché così i poveri “hanno meno possibilità di organizzare una resistenza efficace contro l’ ’internazionalismo’ della finanza globale e di bilanciarlo con una propria azione collettiva”.
 
Pertanto, “che ne siano consapevoli o no, i segregazionisti e xenofobi di ogni tendenza e colore stringono una sacra alleanza con le forze implacabili della globalizzazione capitalista. In particolare, gli esecutori della pulizia etnica possono contare sul tacito sostegno delle autorità costituite”, perché l’odio razziale – irrazionale – è il più forte antidoto contro un’alleanza tra poveri, che invece richiederebbe anche uno sforzo di riflessione razionale.
 
Insomma, quali che siano le loro intenzioni, la xenofobia di Salvini e company è oggettivamente funzionale al sistema, che non vuole l’integrazione e la pace tra stranieri e autoctoni, ma promuove questo perenne stato di incertezza e di conflitto, per impedire ai poveri di guardare al loro comune oppressore: il potere finanziario trasnazionale. Come dice Baumann, questo potere “non può che rallegrarsi quando i dibattiti pubblici si concentrano sugli ‘stranieri che sono fra noi’, sui metodi migliori per stanarli e deportarli ‘lá da dove sono venuti’, senza mai neppure accennare alla vera causa di tutti i mali”.

Ovviamente, nessuno ha la ricetta per affrontare le enormi sfide della nostra epoca, ma penso che si possano suggerire due piste di riflessione-azione. Prima di tutto, dobbiamo lottare per cambiare la politica dei paesi occidentali in campo economico, ambientale e militare, per non rendere invivibile e inabitabile una fetta sempre più grande del nostro pianeta. In secondo luogo, dobbiamo portare avanti una grande ‘rivoluzione’ a livello culturale e politico per arrivare ad un’alleanza tra tutti i popoli, e in primis tra i tutti i poveri: lottare insieme contro un sistema che rischia di distruggere l’umanità e incamminarci verso una convivenza basata sui principi della giustizia, della pace e della fraternità interreligiosa e multiculturale.
 
 
fratel Alberto Degan
missionario comboniano
  

 
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