I luoghi di fede, le opere di arte sacra, i siti legati alla vita e alle opere dei santi sono sempre stati motivo di richiamo e attrazione, per i credenti e non solo per essi. Da quando il turismo si è sviluppato diventando un settore economico interessante e redditizio, è stata individuata una specifica branca – quella del “turismo religioso” – che incrocia interessi diversi, materiali e spirituali, riguardo ai quali occorre prestare attenzione per evitare confusioni tra sacro e profano e anche per valorizzarne le potenzialità “buone”.
 
Per comprendere meglio quali siano tali potenzialità abbiamo interpellato [...] don Gianmatteo Caputo, direttore dell’Ufficio per la pastorale del turismo e beni culturali del patriarcato di Venezia e incaricato della Conferenza episcopale triveneta per il beni culturali e l’edilizia.
 
 
Don Caputo, quando si parla di turismo religioso cosa si intende?
 
«La definizione di “turismo religioso” rischia di presentarsi con qualche ambiguità interpretativa: c’è chi la intende riferita a tutto ciò che ha come mèta luoghi della fede; chi la vede legata solo ai pellegrinaggi; chi invece dà un’accezione più ampia, come esperienza di visita e di fruizione dei luoghi, ma non strettamente legata alla dimensione religiosa. C’è, quindi, il rischio che assuma le caratteristiche e i metodi del business del mercato, con connotati e modalità che sono mutuati da altre forme di turismo.
 
Su questo aspetto come comunità cristiane siamo chiamati a vigilare, poiché la dimensione principale che dobbiamo aver sempre presente non è tanto il fenomeno turistico in sé quanto piuttosto le persone, cosa le sta muovendo, da cosa sono motivate. Occorre considerare che le persone che visitano una chiesa, indipendentemente dalla provenienza, dalla cultura, dalla fede, sono comunque consapevoli di trovarsi in luoghi con un significato particolare.
 
E noi dobbiamo offrire loro un’esperienza che possa costituire un momento importante di incontro con la Chiesa, con la comunità dei credenti, non solo con le opere, con l’offerta culturale o con i servizi che riusciamo a dare. Occorre offrire loro una vera accoglienza e delle “esperienze di valore” per chi viene nei luoghi di cui proponiamo la visita».
 
 
In quali modi le visite a luoghi e mète religiose possono essere veicolo di evangelizzazione, di spiritualità?
 
«Un primo aspetto da tener presente, nell’accogliere i visitatori, i turisti, è quello di essere attenti al destinatario, senza dare niente per scontato, in particolare riguardo al linguaggio, alla modalità di proporci. Occorre essere consapevoli che inviamo un messaggio, mentre spesso le guide, i depliant danno spiegazioni preconfezionate. Invece è importante il rapporto personale, che diventa vero segno di accoglienza e di testimonianza cristiana.
 
Un altro aspetto è quello della curiosità e della sorpresa da suscitare legate alla scoperta dei valori simbolici, dell’iconografia, dei racconti, che magari noi diamo per scontati mentre invece scontati non sono. Certamente, valorizzare la bellezza dei nostri luoghi sacri non è una cosa che si improvvisa, anche per i diversi aspetti che si intrecciano: biblici, teologici, liturgici.
 
Va detto che le nostre chiese sono poco valorizzate anche perché esse esprimono al massimo la loro bellezza durante le celebrazioni liturgiche, mentre noi abbiamo la tendenza a lasciar fuori i turisti proprio durante le celebrazioni. Questo dovrebbe farci riflettere, perché per le opere dovremmo sempre fare riferimento alla liturgia, altrimenti esse perdono di valore, perché le facciamo diventare opere da museo, cioè tutt’altra cosa rispetto a quel che sono».
 
 
In un territorio come quello della diocesi di Vittorio Veneto, dove ci sono tante piccole perle di architettura e arte sacra, cosa si può fare per valorizzarle? Quali iniziative o interventi possibili?
 
«Un aspetto fondamentale è quello di riuscire a proporre dei percorsi, lungo i quali le persone siano accompagnate, condotte passo passo ad approfondire il “contenuto” della chiesa, del luogo, dell’opera d’arte, con una guida che metta in rilievo i vari elementi: i richiami storici, le devozioni locali, anche le esperienze percettive. Si consideri che, come vediamo anche per le iniziative del Fai, un luogo abbandonato quando viene riaperto diventa subito interessante. Occorre quindi costruire una comunicazione di ciascun luogo che tenga conto dei vari aspetti, offrendo un racconto che unisca i vari luoghi di un percorso.
 
Oppure, per valorizzare un luogo, ad esempio si possono organizzare nel sito manifestazioni artistiche, musicali o d’altro genere, ma con l’attenzione che siano legate al contesto, offrendo un’esperienza artistica che dia un significato nuovo a quello spazio, che coinvolga anche i nostri sensi: la vista, l’udito, persino l’olfatto. Ciò anche in tempi diversi nell’arco dell’anno, al cambio delle stagioni o in occasione delle diverse feste liturgiche. Certo, per fare questo serve una comunità viva, che sia consapevole di questi valori per poterli proporre».

 
Franco Pozzebon
 
(articolo tratto da L'Azione, settimanale della Diocesi di Vittorio Veneto) 
 
 
 
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