Estelle è arrivata nel centro di Maratane in Mozambico più o meno quando sono arrivata io. Altre cose che ci accomunano sono l’età, solo due anni di differenza, ed il fatto che entrambe siamo psicologhe. Mi è stata presentata da una piccola grande suora comboniana. Siamo arrivate entrambe in aprile 2016, ma il percorso fatto da lei è totalmente differente.
 
Fisicamente la strada fatta da Estelle è più corta, molto più corta, ma lei ci ha messo intere settimane. Ancora non parla portoghese, solo swahili e francese, così abbiamo sempre bisogno di qualcuno per comunicare. Abbiamo iniziato una collaborazione e lei che è maestra sta facendo delle formazioni agli animatori del nostro progetto educativo dove ogni giorno 25 bambini vengono al nostro centro e imparano un po’ di alfabeto, qualche canzone e giocano.
 
Estelle è una donna forte, non solo fisicamente ma anche nell’espressione, nel modo di fare e allo stesso tempo sa essere molto delicata, molto composta. Ha un bellissimo sorriso che spesso le scoppia improvviso sul viso. Dopo qualche tempo che collabora con noi un giorno chiede di potermi parlare. Così decidiamo di incontrarci prima che le attività del centro comincino per evitare continue interruzioni. Arriva con Mika, la sua bimba di due anni che dorme nella capulana legata alla sua schiena.
 
Il traduttore, anche lui congolese, è una persona ben conosciuta nel nostro centro. Comincia a parlare e mi racconta di quando abitava in Congo, nel Nord Kivu. Lavorava in una scuola materna ed in una organizzazione che aiutava le donne vittime di violenze sessuali da parte dei guerriglieri. Il marito trasportava petrolio dall’Uganda al Congo. Avevano cinque figli ed una vita dignitosa, i ragazzi potevano studiare e sognare cosa sarebbero potuti diventare da grandi.
 
Una mattina di novembre dello scorso anno tutto cambiò quando, come faceva sempre, era andata a prendere due donne che vivevano in periferia e non riuscivano a raggiungere la città per portarle in ospedale. Queste donne erano state torturate e violentate da un gruppo di guerriglieri ed avevano bisogno di cure e di fare delle analisi, di qualcuno che si prendesse cura di loro. Così lei è partita con la sua macchina per andare a prenderle in quanto da sole non sarebbero mai arrivate.
 
Durante il tragitto di ritorno le tre donne sono state vittime di un’imboscata. La macchina è stata fermata e i banditi sapendo chi era Estelle ironicamente hanno chiesto “Tu aiuti le donne che sono state violentate da noi vero? Per farti fare meglio il tuo lavoro ti facciamo vedere cosa provano”. Hanno preso le due donne ferite e le hanno torturate davanti a lei, non potevano violentarle più di quanto non avessero già fatto i loro “colleghi”. Poi hanno legato lei, braccia gambe e collo, e “le hanno mostrato”, come dicono loro. Per una settimana, tutti i giorni, a turno.
 
Durante il racconto di Estelle sentivo il mio cuore fermarsi. Negli occhi di lei non c’era una lacrima, non c’era un lamento, era il racconto di ciò che aveva passato. Puro e semplice. Con quella dignità, con quella forza che sono riuscita a vedere solo nelle donne africane. È come se non si frantumino come noi, restano intatte, doloranti ed ammaccate, ma non si frantumano.
 
Durante il suo racconto Estelle solo di tanto in tanto si fermava per dare retta a Mika, che inconsapevole di cosa fosse successo alla madre richiedeva la sua attenzione. Le lacrime al posto suo ce le ho messe io, nonostante cercassi di trattenerle. La sua storia non è finita. Dopo una settimana volevano ucciderla, ma il “guardiano” che l’aveva in custodia le ha dato un ultimatum: un’ultima violenza per la libertà. Ricorda che era vicino ad un fiume, con altri corpi attorno senza vita.
 
Così si è piegata ad un’altra umiliazione, che purtroppo non è stata l’ultima. La sua storia è continuata con altre violenze, con la fuga dal Paese sola, con tutti i risparmi spesi dal marito per ritrovarla. Ed è continuata ancora in Mozambico, nel campo di rifugiati di Maratane. Al posto della sua casa con il giardino adesso si trova in una stanza di fango. I suoi figli non hanno più una camera con i libri ed i giochi, ma sempre la stessa stanza di fango. Il bagno è un sogno, è stato distrutto da un ragazzo che voleva violentare Gloria, la figlia più grande.
 
È stato fermato in tempo, ma dalla rabbia ha distrutto la latrina della famiglia. Così ora devono chiedere il permesso ai vicini per poter accedere al bagno. Al posto delle buone scuole che frequentavano i figli in Congo, adesso c’è una scuola povera dove la corruzione la fa da padrona, dove l’assenteismo dei professori è la normalità e dove arrivati al quinto anno di studio i ragazzi ancora non sanno leggere e scrivere.
 
A causa delle violenze e delle torture ricevute Estelle ha riportato dolori alla schiena ed i suoi organi interni sono stati lacerati. Ma in ospedale oltre al paracetamolo e qualche esame superficiale non possono fare altro. Estelle avrebbe bisogno per lo meno la notte di riposare su un materasso, ma nella sua casa altro non c’è che una stuoia appoggiata alla nuda terra. Una per lei e il marito, ed altre per i figli. Poi alla mattina le devono togliere perché quell’unica stanza di fango di cinque metri per cinque è anche cucina e soggiorno.
 
Dopo aver ascoltato la sua storia e quella di tante altre donne del campo mi sono spesso chiesta come si fa a riaggiustare i pezzi? Come si può continuare a vivere dopo questo? La mia condizione di vita non mi permette di saperlo. Come si fa ad avere la forza di sorridere, anzi di scoppiare a ridere? Dovreste vedere il suo volto. I capelli sempre in ordine, le capulane sempre colorate e lo sguardo fiero. La prima volta che l’ho vista si è presentata con la sua tesi di laurea.
 
E da lì è partita, da lì mi ha insegnato come si riaggiustano i pezzi. Ha iniziato con la formazione agli animatori. È ripartita portando i suoi figli più piccoli a partecipare alle attività del centro. Le sue figlie sono lei in miniatura, lo stesso sguardo fiero e diretto. Abbiamo iniziato insieme a dare appoggio ad un gruppo di donne nel progetto di creazione dell’orto comunitario. Al suo primo stipendio ha pianto dalla commozione. Questa volta non è scoppiata a ridere ma a piangere, mi ha mandato le sue benedizioni e mi ha detto “i miei figli oggi mangeranno bene”.
 
Estelle dopo le violenze subite riparte ogni giorno: è ripartita la settimana scorsa quando l’ho vista con la zappa in mano alle 7 della mattina per preparare la terra per la semina. È ripartita quando da sola è uscita un po’ dal campo a cercare delle famiglie mozambicane che le vendessero la soia a basso prezzo per poi rivenderla. È ripartita quando ha trovato conforto nell’amicizia di una famiglia mozambicana che, destino o provvidenza, ha una figlia con il suo stesso nome, per cui adesso, come dice Estelle “siamo un’unica famiglia”.
 
I bambini possono giocare insieme e sa dove poterli lasciare senza la paura che gli venga fatto del male. Questa donna è ripartita quando mi ha chiesto di tenergli una parte dello stipendio, fungendo per lei da piccolo servizio banca. Per i suoi figli, o forse per viaggiare e cambiare paese per dare un futuro diverso alla sua famiglia. Questa donna è ripartita quando, sapendo che era il compleanno di una nostra volontaria, è andata a prendergli un regalino.
 
Estelle riparte ogni volta che alza lo sguardo al cielo, ogni volta che entra in chiesa per recitare una preghiera, ogni volta che prima di pranzare si fa il segno della croce. Ogni volta che cerca e trova il suo posto sicuro e la sua forza in Lui. E qui ogni giorno tra i miei pensieri si fa spazio la domanda “chi aiuta chi?”  Sicuramente questa donna ogni giorno ci insegna la forza di affidarsi sempre a qualcuno o qualcosa più grande di noi ed a ricominciare dalle piccole cose. Cosa posso fare io di concreto per lei?
 
Quando mi dice “non è per me che sono preoccupata. Io ho avuto molto dalla vita. Ma cosa posso dare ai miei figli. Quale futuro?”. Il mio impulso sarebbe quello di comprare a lei ed alla sua famiglia un biglietto per qualsiasi altro posto dove perlomeno ci sia una buona educazione ed una buona sanità. Ma non posso fare niente di tutto questo, ed ora ACNUR ha pure fermato la reinstallazione dei rifugiati in altri paesi. Le alternative per lei sono ritornare nel Nord Kivu oppure scappare in cerca di qualcosa di meglio.
 
Per adesso quindi continuo a lavorare con lei e a guardarla rinascere ogni giorno, anche se la terra dove la sua famiglia sta ricostruendo la propria esistenza non è molto fertile: ma come dicono loro ” É Deus que sabe”. Estelle è solo una delle storie che in questi mesi ho ascoltato. Non so perché l’ho scelta, credo sia stato perché siamo arrivate assieme in questa terra…. ed anche per il suo sorriso.
 
Vorrei mostrarvela ma so che lei non vorrebbe. Così vi mando alcune foto di altre donne le cui vite si possono comparare alla sua. Sono donne forti, coraggiose, la maggior parte è congolese. Vengono al centro ogni giorno ed attraverso il progetto di aiuto alle donne stiamo imparando a creare un orto… ed a ripartire e rinascere ogni giorno.


Giovanna Fakes
Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo / socio FOCSIV
  
(articolo tratto da ascsonlus.com)
  

 
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