Di solito l’opinione pubblica non è interessata ai temi della guerra e della pace. Negli otto anni di Obama – quando l’approccio americano si fondava su un tendenziale “non interventismo” – non ci si è molto preoccupati del deterioramento delle relazioni internazionali tra le grandi potenze, del moltiplicarsi dei focolai di guerra (dalla Siria allo Yemen, dall’Ucraina al Sud Sudan) fino alla mancata soluzione di crisi come in Afghanistan o in Libia.
 
Una generale assuefazione copriva le stragi in Siria, i morti nel Mediterraneo, le bombe sganciate dai droni in Pakistan, la lenta e (inesorabile) graduale dissoluzione dell’Unione Europea. Gran parte dell’attenzione (e della tensione) si concentrava sulle minacce terroristiche e sugli attentati davvero accaduti. In questo caso i toni inseguivano quasi il fanatismo di chi vuole portare la paura in Europa. “Siamo in guerra” – questo il grido corrispettivo al “Allahu Akbar” dei sedicenti soldati dell’ISIS.
 
Ogni assassinio di innocenti è totalmente esecrabile, ma non si possono mettere sullo stesso piano gli aerei schiantati contro il World trade center con i camion lanciati sulla folla o addirittura con le “pentole a pressione” esplose al passaggio del pullman del Borussia Dortmund. Invece, a causa dei nostri nervi a fior di pelle, ogni arresto, ogni sospetto, ogni azione criminale o folle di qualche assatanato in giro per il continente, viene rilanciata ed esasperata dal circuito informativo.
 
L’abbiamo detto tante volte: la gente ha paura perché deve avere paura. Con conseguenze catastrofiche dal punto di vista politico, con la vittoria di chi promette di fare “piazza pulita”. “Siamo in guerra”, questo il mantra di politici e giornalisti, di destra come di sinistra. Ebbene l’unico che vedeva la guerra – quella vera – ma che non dimenticava certo le vittime del terrorismo, cioè Papa Francesco, godeva dell’audience di mezza giornata, salvo poi dimenticarsi delle sue parole e dei suoi realistici allarmi.
 
Volevamo la guerra? La tolleranza zero? Non abbiamo sdoganato queste parole? Non abbiamo invocato maggiori controlli di sicurezza? Non abbiamo descritto i migranti come invasori e potenziali terroristi? Ebbene siamo serviti. Abbiamo evocato gli “uomini forti”? Ebbene, in questi ultimi anni, l’ascesa di movimenti nazionalisti e razzisti, di presidenti o primi ministri autoritari e bellicosi, è passata attraverso elezioni abbastanza regolari, non certo attraverso rivoluzioni o colpi di Stato. Questo perché ampia parte della “gente”, del “popolo”, è spesso intollerante o semplicemente vinta dalla paura. Negli anni 30 del secolo scorso la situazione non era molto differente.

Inutile adesso criticare Trump, ormai neanche “sceriffo del mondo”, neanche gendarme, ma uomo delle caverne che brandisce la clava. L’utilizzo dei tweet  non rimanda ai “cinguettii” degli uccellini a primavera, ma alle urla ataviche della preistoria. Ma a quel tempo le asce, le felci, le frecce e le pietre non avevano la potenza di distruggere il mondo. Oggi tremiamo perché personaggi alla guida di Stati super potenti o di regimi psicotici come quello nord coreano posseggono armi di distruzione di massa: e la scimmia umana può premere il bottone per sbaglio o anche solo per gioco.

Adesso che gli USA hanno invertito la rotta inaugurando un atteggiamento bellicoso dagli esiti imprevedibili, scopriamo di essere per davvero dentro la “terza guerra mondiale a pezzi” evocata anni fa dal Papa. Molti sono usciti dal sonno allo scoppio della superbomba, oppure udendo le ultime minacce provenienti dall’estremo Oriente che puntuali ci raggiungono attraverso i notiziari di prima mattina. E, come sempre quando soffiano i venti di guerra, torna la domanda irridente: “Dove sono i pacifisti?”. Al solito, arriva da chi, fino a ieri, invocava la guerra della “santa alleanza contro l'ISIS”.
 
Il mondo è un po’ più complesso. I pacifisti non hanno mai chiuso gli occhi davanti alle nefandezze dei presunti alleati (vedi le armi vendute dall’Italia all’Arabia Saudita) e non hanno mancato di avvertire che non ci si può fidare di dittatori alla Assad (con dietro Putin) per combattere il nemico assoluto che in questo momento sarebbe il cosiddetto “Stato Islamico”.

In realtà non sono i pacifisti a svegliarsi adesso, ma chi ha dormito finora ad accorgersi che l’approccio generale alle crisi internazionali ci sta portando a un punto di non ritorno. L’attività quotidiana di chi si occupa di disarmo, risoluzione pacifica dei conflitti, corpi civili di pace, nonviolenza, viene stigmatizzata in nome di un falso realismo oppure circoscritta all’utopia di sempre meno numerosi idealisti. Il pacifismo, quello vero, non fa notizia. Perché anche la guerra non fa notizia, almeno finchè non sono coinvolti pesantemente gli americani. O minaccia di arrivarci dentro casa.
 
 
Piergiorgio Cattani
 
(articolo tratto da www.unimondo.org)
  

 
Salva Segnala Stampa Esci Home