Chi segue Gesù trova la strada vera che porta alla vita 
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
 
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre (...)».
 
Non abbiate paura, non sia turbato il vostro cuore, sono le parole di apertura del Vangelo, le parole primarie del nostro rapporto con Dio e con la vita, quelle che devono venirci incontro appena aperti gli occhi, ogni mattina. Gesù ha una proposta chiara per aiutarci a vincere la paura: abbiate fede, nel Padre e anche in me. Il contrario della paura non è il coraggio, è la fede nella buona notizia che Dio è amore, e non ti molla; la fede in Gesù che è la via, la verità, la vita. Tre parole immense. Inseparabili tra loro. Io sono la strada vera che porta alla vita.

La Bibbia è piena di strade, di vie, di sentieri, piena di progetti e di speranze. Felice chi ha la strada nel cuore, canta il salmo 84,6. I primi cristiani avevano il nome di "Quelli della via" (Atti 9,2), quelli che hanno sentieri nel cuore, che percorrono le strade che Gesù ha inventato, che camminano chiamati da un sogno e non si fermano. E la strada ultima, la via che i discepoli hanno ancora negli occhi, il gesto compiuto poco prima da Gesù, è il maestro che lava i piedi ai suoi, amore diventato servizio.

Io sono la verità. Gesù non dice di avere la verità, ma di essere la verità, di esserlo con tutto se stesso. La verità non consiste in cose da sapere, o da avere, ma in un modo di vivere. La verità è una persona che produce vita, che con i suoi gesti procura libertà. «La verità è ciò che arde» (Ch. Bobin), parole e azioni che hanno luce, che danno calore. La verità è sempre coraggiosa e amabile. Quando invece è arrogante, senza tenerezza, è una malattia della storia che ci fa tutti malati di violenza.
 
La verità dura, aggressiva, la verità dispotica, «è così e basta», la verità gridata da parole come pietre, quella dei fondamentalisti, non è la voce di Dio. La verità imposta per legge non è da Dio. Dio è verità amabile. Io sono la vita, io faccio vivere. Parole enormi che nessuna spiegazione può esaurire. Parole davanti alle quali provo una vertigine. Il mistero dell'uomo si spiega con il mistero di Dio, la mia vita si spiega solo con la vita di Dio. Il nostro segreto è oltre noi.

Nella mia esistenza c'è una equazione: più Dio equivale a più io. Più vangelo in me vuol dire più vita in me, vita di una qualità indistruttibile. Il mistero di Dio non è lontano da te, è nel cuore della tua vita: nei gesti di nascere, amare, dubitare, credere, perdere, illudersi, osare, dare la vita... La vita porta con sé il respiro di Dio, in ogni nostro amore è Lui che ama. Chi crede in me anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste. Falsa religione è portare Dio nella nostra misura, vera fede è portare noi stessi nella misura di Dio.
 
(Letture: Atti 6, 1-7; Salmo 32; 1 Lettera di San Pietro 2,4-9; Giovanni 14, 1-12) 
 
 
Ermes Ronchi 
 
(tratto da www.avvenire.it)


Di seguito il commento di Isabella Tondo.
 
«Signore dove vai?» questa è la domanda centrale che i discepoli rivolgono a Gesù in questo primo discorso di addio. Gesù ha appena annunciato la sua partenza (Gv 13,33-34) e ha consegnato ai discepoli il comando dell’amore («che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato») come il lascito più importante del suo insegnamento. Non un cumulo teorico di leggi astratte, ma semplice prassi di vita da incarnare e testimoniare.
 
Ecco allora che l’idea di perdere improvvisamente una persona cara, ancor più quando essa è stata guida e maestro di vita, getta tutti nel turbamento. Come fare d’ora in poi senza Gesù accanto? Chi può dare parole di vita eterna? Chiedere dove va, in quale luogo si reca, rappresenta allora per i discepoli un tentativo di razionalizzare l’assenza, di dare nome alla sedia vuota a tavola, di opporre una resistenza materiale al timore del nulla, del ‘mai più’, dell’addio.
 
La prima preoccupazione di Gesù è quella di tranquillizzare i discepoli turbati esortandoli ad avere fede in lui, a rimuovere ogni sentimento di tristezza e angoscia (cf. Gv 14,1). La paura e l’ansia per il futuro, lo sconforto della separazione, possono trovare forza e consolazione innanzitutto in un abbandono fiducioso in Dio. Gesù chiede perciò ai discepoli di rinnovare la loro adesione di fede nell’azione di Dio, perché è soltanto in questo modo, pur doloroso, che si realizza l’azione salvifica di Cristo.
 
La fede consente di dissipare l’ansia e di superare il dolore. La fede è in grado di slanciare in avanti lo sguardo fino alla ‘casa del Padre’, meta di Gesù ma anche nostra, casa dell’umanità redenta dove ciascuno di noi è atteso ad occupare un posto che ci viene con cura preparato. Il richiamo alla fede è costante in tutto il brano e ritorna più volte nelle parole di Gesù che, avvertendo l’angoscia dei suoi, li esorta a credere nel Padre e in Lui stesso compiendo, sempre nella fede, un passo ulteriore nella comprensione della figura stessa di Gesù: «Chi ha visto me, ha visto il Padre».
 
L’occasione per questo salto nella fede è offerto da Tommaso, il discepolo che ha bisogno di ‘vedere per credere’, figura del credente che da sempre cerca i segni tangibili di Dio in un’esperienza sensibile e che, di contro, non accetta l’assenza di Dio, la sua non visibilità, dunque la nuova dimensione che Gesù intende inaugurare, non più legata alla sua persona fisica né ad un luogo particolare, bensì vissuta all’interno delle singole esistenze.
 
Come si può andare al Padre se non si conosce la strada? Tommaso è concreto. Gesù lo accompagna in questo percorso di comprensione, spostando l’attenzione dal tema fisico del luogo a quello di “via”. Non c’è alcuna via al Padre che non passi attraverso Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita”. Gesù è l’unica strada per andare a Dio ed è lui stesso, con il suo volto, ad aver mostrato Dio, ad averlo rivelato (verità, in greco alethèia = ciò che non è nascosto) e a comunicare così ai discepoli la vita del Padre. 
 
Il conforto, allora, arriva presto: Gesù non va via per sempre, ma per un tempo definito al termine del quale tornerà e ‘prenderà tutti con sé’. In questo lasso di tempo dalla durata imprecisata l’assenza non è il vuoto di chi è scomparso, ma la forma diversa in cui vivere adesso la relazione con Dio, in comunione con Gesù e gli altri compagni di vita e di strada. Un cammino fatto di parole e opere, anche ‘più grandi’ di quelle compiute da Gesù stesso, che trova nell’amore reciproco il segno distintivo di Cristo, il mezzo che lo rende effettivamente presente nella comunione fraterna.
 
Il tempo dell’assenza sarà inevitabilmente segnato dall’angoscia e dallo smarrimento. Il cristiano potrà vivere anche una profonda crisi. Proprio per questo oggi la Parola ci esorta a credere nel futuro, a fidarsi del Dio che non ci ha abbandonato ma che continua a starci accanto ma senza il fiato sul collo. Il Dio che tornerà a prenderci per mano per guidarci alla fine della storia, per prendere posto nella sua casa. Il Dio che ha tutta l’aria intima e ospitale del padre buono che ha preparato le camere per accogliere i figli, prodighi e no, per una festa senza fine. 
 
 
(tratto da www.tuttavia.eu)
 
 
 
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