“Non abbiamo più né principe, né capo, né profeta…” (Dn 3,38)
 
Basta dare un’occhiata in giro per il mondo, senza distogliere gli occhi da casa nostra, per accorgerci della carenza di guide capaci di condurre i popoli in una ricerca del vero bene comune. A livello ecclesiale c’è carestia di vocazioni al sacerdozio, alla vita consacrata. Constatazioni in negativo, ma che da sole non bastano a dar ragione della complessità del nostro tempo.
 
Ci sono anche tanti segni positivi e, per chi crede, la certezza di una speranza che non viene meno comunque vadano le cose, perché il bene vince sempre, anche quando sembra sconfitto. È riduttivo fermarsi alle statistiche o al confronto con il passato; ci vuole uno sguardo aperto e lungimirante per comprendere il nostro tempo con le sue profonde trasformazioni, e scorgere nella trama degli eventi le tracce di una presenza provvidenziale di Dio che mai ci abbandona e che tiene in mano le redini della storia.

Abbiamo bisogno di recuperare la consapevolezza di non essere i padroni assoluti del mondo finalmente autonomi ed emancipati da un Dio rivale dell’uomo, riappropriandoci così della nostra vera identità e vocazione di creature, anzi di figli amati, chiamati a essere collaboratori di Dio nella costruzione del mondo. Le diverse carestie di cui soffriamo nel nostro tempo hanno un po’ a che vedere anche con questa sfasatura della vera identità umana.

Sul tema della vita come vocazione e delle vocazioni ci richiama anche la Giornata mondiale di preghiera che si celebra il 7 maggio. A questo riguardo vorremmo mettere l’accento su un aspetto che facilmente potrebbe passare in seconda linea, pur essendo il primo. Di fronte alla vastità della “messe” la prima cosa che Gesù ci chiede, non è di fare propaganda, ma di pregare: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe» (Lc 10, 2).
 
Pregare perché nel mondo ci siano uomini e donne capaci di governare vivendo questo ruolo, non come esercizio di potere che schiaccia, ma come servizio che fa crescere, perché nelle comunità cristiane ci siano pastori capaci di manifestare a tutti la tenerezza e la misericordia del Padre; perché non venga meno la testimonianza di un amore totalmente gratuito che va oltre i limiti della stessa famiglia naturale, come quello di Gesù, attraverso le diverse forme di vita consacrata... e pregare anche perché ogni cristiano riscopra il senso della propria vita come vocazione, chiamato ad essere dovunque testimone del Vangelo, come sale e lievito che trasforma dal di dentro le diverse realtà in cui vive.

Ma che senso ha il pregare per tutto questo? Innanzitutto quello di metterci nella giusta posizione davanti a Dio, consapevoli dell’identità di creature, di figli suoi, riconoscendo che il primato e suo, che è Lui il “padrone della messe”, colui che chiama e che invia, che fa sbocciare nei cuori il germe della vocazione. Noi siamo suoi collaboratori. Può essere che, di fronte alle carestie del nostro tempo, abbiamo abbassato lo sguardo rassegnati, lasciando che si spegnesse in noi l’invocazione: “Manda operai nella tua messe!”.

Vorrebbe dire che si è spenta nel cuore anche quella compassione che Gesù provava di fronte alle folle del suo tempo e che siamo chiamati a perpetuare nell’oggi: «Sbarcando vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore» (Mc 6, 34). Solo dalla passione per l’umanità del nostro tempo può scaturire la preghiera, non dalla lettura delle statistiche.
 
 
Anna Maria Menin
  

 
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